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Anche oggi dobbiamo essere il Bologna

Anche oggi dobbiamo essere il Bologna

Iniziato il 2017 con il cliente peggiore possibile è ora per il Bologna di capire cosa vuole fare di questo campionato.
Se davvero spendiamo tutte queste energie a parlare di Bfc (leggere, scrivere, seguirlo, andare allo stadio) solamente per salvarci, beh, allora almeno quest’anno possiamo darci appuntamento direttamente al prossimo ritiro estivo, perché l’inadeguatezza delle ultime della classe non è mai stata così evidente come a questo giro.
Se invece tutta questa voglia di Bologna significa che arrivare noni è diverso da arrivare quindicesimi, direi che sarebbe ora di cominciare a crescere, nella testa soprattutto. Quindi cominciamo a bandire dai vocabolari ufficiali le parole salvezza, punto in più e tutto quello che contribuisce a dare a tutto l’ambiente, squadra compresa, l’idea che il minimo è beneaccetto in attesa di un futuro più ricco.
In questo campionato il Bfc non ha mai retto, nemmeno per mezza partita, l’urto con le “grandi” e se il divario fisico e tecnico è sotto gli occhi di tutti, non possiamo vedere i giocatori della Juve correre e arrabbiarsi sul tre a zero mentre noi aspettiamo di finire la partita sperando di non prendere il quarto.
La crescita graduale, la crescita dei giovani, passano da una ambizione e una consapevolezza che questa società non sta trasmettendo a nessuno.
Il mercato di gennaio è più difficile di quello estivo, l’abbiamo detto e sentito ed una volta che ne abbiamo preso atto tutti insieme appassionatamente stiamo a vedere se davvero vogliamo tirare a finire anche questa annata galleggiando oppure c’è l volontà di cominciare a costruire qualcosa per il futuro partendo però dal presente e non dal futuro prossimo.
Serve una punta che sappia giocare con Destro o al suo posto, integra, magari che abbia più di undici anni ma meno di quaranta e stesso discorso vale per un centrale perché Gastaldello è in un annus horribilis, Maietta non garantisce continuità ed Helander e Marios non sono oggi in grado di essere titolari.
Oggi salutiamo Ezio Pascutti.
Un paio di anni fa (ora si può dire purtroppo) mi ero attivato lanciando l’idea di intitolargli una Via o un Parco prima che se ne andasse per sempre. In altri paesi si usa, non ci si toccano le palle, e semplicemente chi ne è beneficiario si gode un riconoscimento così importante quando ancora può andarne fiero.
Purtroppo non fu possibile e così vanno le cose.
Ezio, che non ho mai conosciuto né visto giocare, mi sembrava incarnasse davvero la storia del Bologna, di ognuno di noi. Una persona semplice, che scelse Bologna ed il Bologna per sempre e come succede agli eroi più amati finì per mancare la partita che più di tutte avrebbe voluto e dovuto giocare.
Eppure quello scudetto è il suo, quella maglia è la sua e non credo di averlo mai visto meno che sorridente ad ogni occasione nel quale le telecamere ce ne hanno regalato un pezzettino.
Con rammarico stavo pensando che sono circa quindici anni che non mi affeziono veramente ad un giocatore come ho fatto per Kennet, Klas, Nervo o Beppe Signori. Non ho ben capito se sono cambiato io, se è cambiato il calcio o se siamo semplicemente stati sfortunati, ma quell’orgoglio di cui parla spesso Joey Saputo si costruisce con le vittorie e anche attraverso una condivisione dei valori del club, un senso di appartenenza che ultimamente ha un posto sempre più defilato nella scala delle priorità.
Non parlo solamente di bandiere, animale più raro degli unicorni, Klas ad esempio ha giocato appena 64 partite in rossoblù, ma faceva parte e trascinava un gruppo che ha condiviso con la città la sua forza ed il suo stile.
Ciao Ezio, non ci sarò oggi a salutarti perché lavoro lontano, grazie di tutto. In tanti hanno indossato quella maglia, tu non l’hai mai tolta.

Forza Bologna, sempre.

Bente

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