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Donadoni:

Donadoni: “Il risultato di parità ci sta ma il rigore non c’era”

L’arbitro fischia, indica il dischetto e la rabbia di Donadoni esplode. Lì per lì, a mente calda, era difficile capire se ce l’avesse con la ‘frittata’ confezionata da Oikonomou e Masina o con la decisione di Di Bello. Nel post-partita è più evidente, con Donadoni che, sì, punta il dito contro certi errori che ancora si commettono ma senza mezzi termini sostiene che no, il rigore non c’era. Queste le parole del tecnico rossoblù dopo l’1-1 con la Lazio

La gara – «Dobbiamo capire che le partite non sono fatte allo stesso modo. Cambiano: al 10′ vanno interpretate in un modo, al 30′ in un altro, al 70′ e al 90′ ancora diversamente e non si può giocare e interpretarle sempre allo stesso modo. Questo è un discorso che va al di là delle capacità tecniche, è una questione di maturazione e cultura mentale. Qualcuno da questo punto di vista ancora deve crescere, mi auguro che con il tempo questo accada».

Tante occasioni per la Lazio – «Non è questione di meritare o meno. Se uno ha l’occasione di fare dieci gol e non ne fa uno, non è colpa della squadra che difende: ci sono i portieri e i difensori. Sicuramente la Lazio avrebbe potuto fare gol anche prima, ma se fa gol quando è giusto che lo faccia nessuno dice nulla. Se invece lo fa su una situazione che non c’è, non esiste, non c’è calcio di rigore, allora il discorso cambia. Se vogliamo pesare la prestazione della Lazio e quella del Bologna, il risultato di parità ci sta, ma non è che funziona sempre così. Per fare gol, la palla va buttata dentro. Se, come mi dicono dopo aver analizzato la moviola, il rigore non c’era, allora probabilmente la Lazio, pur meritando perché aveva costruito molto, avrebbe perso la partita».

Da alcuni sempre gli stessi errori: non tutti entrano con l’atteggiamento giusto? – «C’è una crescita che deve avvenire. Se avviene, più o meno a lungo termine, perfetto: altrimenti bisogna cercare altre soluzioni. Io non chiudo la porta in faccia a nessuno, sbagliare è lecito, è chiaro che se l’atteggiamento da parte di qualcuno è quello di perseverare negli stessi errori, allora c’è qualcosa che ovviamente va rivisto. Adesso dobbiamo rifletterci, ragionarci, parlarne e cercare delle contromisure a questo. Io sono qui per cercare di far crescere non solo dal punto di vista tecnico ma anche caratteriale e umano i ragazzi che ho a disposizione. Se questo è recepito e c’è una risposta, vuol dire che ho fatto il mio lavoro bene, differentemente prima di tutto cercherò di valutare quello che è il mio modo di pormi, e quindi se sono adeguato a fare anche questo. Se risulto adeguato, allora bisogna trovare altre cause, che poi vanno risolte».

Masina – «La Lazio ha due giocatori sugli esterni che vanno costantemente a cercare proprio perché negli uno contro uno sono micidiali. Questo lo sapevamo e la possibilità di non mettere in difficoltà Mbaye o Masina, che erano i dirimpettai di Felipe Anderson e Keita, era quella di dare una mano con il reparto, e quindi con una certa collaborazione da parte dei compagni. Collaborazione che qualche volta c’è stata e qualche volta no, a volte è stata sbagliata la lettura da parte loro, a volte non è stato così adeguato il supporto che hanno dato i compagni. C’è sempre un discorso che va valutato ad ampio raggio, non solo in modo specifico».

Leader – «In tutta sincerità non è che mi interessa trovare nuovi leader. Il Bologna non è una squadra di leader, è una squadra di ragazzi umili che hanno un concetto di gruppo e di spogliatoio importante: questo deve essere il modo di affrontare il futuro che abbiamo da qui in poi. Il vero leader è il colore della maglia, tutto il resto è un supporto per far sì che questo leader emerga e sia gradito anche a chi magari non è tifoso del Bologna. Questo è il modo di ragionare».

Qualche cambio ritardato – «C’era gente che aveva crampi ed era in dubbio. Inserire qualche giocatore e poi avere qualcuno che è in debito d’ossigeno o che ha crampi può voler dire giocare in dieci. Bisogna essere bravi anche in questo tipo di gestione: meglio prevenire che curare».

Sadiq – «Ultimamente si è allenato, non è ancora chiaramente al 100% ma non è assolutamente un azzardo. Se avessi pensato così, non sarebbe venuto a Bologna».

Alla vigilia aveva detto che la dimensione del Bologna è identica a quella della Lazio: è ancora così? – «Se non ragionassi così dovrei disputare un campionato di Serie B o C o fare il fruttivendolo. È una convizione e per certi versi anche un autoconvincimento. È logico che la Lazio è strutturata in un certo modo, ha giocatori di un certo tipo con un trascorso di un certo tipo anche a livello internazionale. Noi non siamo ancora in questa dimensione. Nelle due settimane precedenti avevo 12 giocatori impegnati con le varie nazionali, ma sono giocatori che si stanno un po’ avvicinando adesso, qualcuno va e poi non gioca. È comunque un processo di crescita che sta avvenendo, a mio parere ancora lontano dalla dimensione Lazio: magari fosse già così. Soprattutto dal punto di vista mentale, più che tecnico, perché magari dal punto di vista tecnico possiamo anche discutere sulle qualità di un mio giocatore rispetto a quello della Lazio. Il calcio, come ho detto anche a qualcuno dei miei ragazzi prima della partita, non è fatto solo di tecnica. Soprattutto in Serie A è fatto molto di testa. Quando tu arrivi a questi livelli vuol dire che hai un bagaglio tecnico adeguato, ma poi la differenza la fa la mentalità. La testa quadruplica quelli che sono i tuoi mezzi atletici e tecnici».