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Presentato il documentario ‘Godfred’. Donsah: “Non dimentico il mio passato”

Oggi pomeriggio al centro tecnico di Casteldebole è stato presentato in anteprima alla stampa Godfred, documentario sulla vita del centrocampista ghanese Donsah prodotto dal Bologna FC 1909 e realizzato da Claudio Cioffi dell’area comunicazione a Sunyani, città d’origine del numero 30 rossoblù. La povertà, il duro lavoro, i sacrifici della famiglia, la ricerca di un futuro migliore, la consapevolezza di avercela fatta, l’importanza delle proprie radici, la speranza di un intero popolo racchiusa in un pallone che rotola, c’è tutto questo e molto altro all’interno di un reportage splendido nella sua semplicità, toccante ma nello stesso tempo anche divertente, capace di emozionare e di far riflettere. Al termine della proiezione Donsah è rimasto a disposizione dei giornalisti presenti in sala per rispondere ad alcune domande e arricchire le immagini con aneddoti e curiosità. Godfred sarà visibile al pubblico a partire da domani sul sito ufficiale del club, nella sezione BfcTv.

L’importanza del denaro – «Ognuno ha il suo modo di vivere, io ricordo sempre tutta la sofferenza del mio passato e uso la testa in ogni cosa che faccio, senza dimenticare mai da dove vengo».

La felicità dei bambini ghanesi – «Quando vedono qualcosa di nuovo hanno molto entusiasmo e curiosità, ma in generale gli basta avere un pallone e poter giocare per essere felici, sono sempre così».

La popolarità in Ghana – «Anche nel mio Paese si riescono a vedere alcune partite di Serie A tramite satellite, poi per aggiornarsi ci sono sempre i social network e ovviamente il telefono. Mia sorella ha un tablet e mi vede tramite quello, ma voglio comprarle un televisore più grande».

I contatti con la famiglia – «Mio padre è già qui, gli altri vorrebbero venire a trovarmi e spero che almeno mia madre possa farlo presto, anche se non so quale sarà la sua reazione quando si troverà davanti ad un aereo (ride, ndr). Mia sorella dovrebbe invece arrivare in estate per una breve vacanza, al termine degli esami».

Essere un punto di riferimento – «Tutto questo mi spinge ad essere ancora più concentrato sul mio lavoro, perché i soldi che guadagno non sono solo per me, ma anche per la mia famiglia e i miei amici. Essere un punto di riferimento per loro è una grande responsabilità, in Italia per un calciatore 200 euro non sono niente, mentre in Ghana quei soldi possono rappresentare il futuro, possono cambiare la vita di una persona. 200 euro nel mio Paese sono come 10.000 qui, si possono comprare attrezzature specifiche e aprire un’attività».

L’aiuto alla sorella – «Quando mi metto in testa di fare qualcosa per una persona è bene che questa persona colga l’opportunità. Mia sorella aveva dei dubbi sul fatto di riprendere a studiare, allora le ho detto: “Se un domani ti sposi dovrai contribuire anche tu al benessere della tua famiglia, non potrai dipendere totalmente da tuo marito. Non è giusto che sia l’uomo a fare tutto, anche tu devi aiutare e comunque avere la tua indipendenza economica”. Lei ci ha pensato bene, poi mi ha dato ragione ed è tornata all’università, adesso è all’ultimo anno e poi potrà cercarsi un lavoro».

Le difficoltà quotidiane – «La nostra piantagione di cacao dista poco più di dieci chilometri da casa, e ogni mattina bisogna andare lì a lavorare. Per velocizzare le operazioni abbiamo costruito una casetta anche a ridosso della piantagione, così da non dover sempre rientrare e ripartire presto il giorno successivo».

L’abilità con il machete – «Per poter dire di saper guidare bene una macchina devi fare almeno un incidente (ride, ndr). Allo stesso modo, per saper usare bene il machete devi farti male almeno una volta».

La voglia di raccontarsi – «Io sono per la verità, la verità non va mai nascosta ma raccontata, è sempre bene restare se stessi. Dopo aver partecipato alla rubrica ‘Minuto di recupero’ si è creata grande curiosità attorno alla mia vita e il Bologna ha voluto saperne di più, da lì è nata l’idea di questo documentario».

Il futuro calcistico – «In Italia e nel campionato italiano mi trovo benissimo, sinceramente mi auguro di proseguire qui la mia carriera, non sento l’esigenza di cambiare Paese».

L’amicizia con Acquah – «Il rapporto con lui è stato importantissimo fin da quando eravamo piccoli in Ghana, siamo sempre stati amici. Poi, una volta arrivato in Italia, si è comportato come un fratello con me, mi ha comprato il primo paio di scarpe da calcio e mi è stato vicino nei momenti di difficoltà. Gli devo molto».

Il ritorno a casa – «Quando rientro in Ghana e vado a giocare al campetto con gli altri ragazzi provo un’emozione fortissima. Gli altri mi guardano come un sogno da realizzare, vogliono essere come me, e la stessa cosa facevo io con Acquah, lo osservavo e mi rendevo conto di quanto la sua vita fosse cambiata, notavo ogni differenza, ogni piccolo particolare».

L’inseparabile cappellino – «Acquah ne aveva uno e lo portava sempre, anche quando mangiava (ride, ndr). Non c’è un motivo particolare per cui lo metto, mi piace e basta».

Il supporto della madre – «Il fatto che accettasse di lasciarmi giocare a calcio non era scontato, all’inizio come altri madri non era molto convinta. Del resto, se in Ghana non lavori e non aiuti la famiglia, se passi tutto il giorno a giocare, poi alla sera non devi lamentarti se non trovi niente da mangiare per te. Mia madre si è resa conto che il calcio poteva essere il mio futuro quando ha visto che tutti gli altri ragazzi del quartiere mi seguivano e mi consideravano un punto di riferimento, e quando alcuni allenatori gli hanno detto che ero veramente bravo. Lei voleva che studiassi, ma a quel punto si è convinta e mi ha sostenuto».

Il razzismo in Italia – «Ogni persona è libera di comportarsi come vuole. Tutti quanti mangiamo le banane, quindi se qualcuno me ne tira una io la prendo e me la mangio, può essere d’aiuto per chi in campo corre molto (ride, ndr). In generale, come ho detto, mi trovo benissimo in Italia, e non sono mai stato vittima di episodi di razzismo. Mia madre mi ripete sempre tre cose: ricordati da dove vieni, lavora sodo e stai tranquillo. Una volta durante un Verona-Atalanta Primavera un giocatore dell’Atalanta ha dato del vu cumprà ad un mio compagno, e io gli ho subito detto di restare calmo e non reagire, perché le etichette che vogliono attaccarci sulla schiena non hanno alcun valore. L’importante è sapere chi siamo, i sacrifici che abbiamo fatto, e stare bene con noi stessi, fare casino non serve a nulla e non fa cambiare opinione a certa gente, la cosa migliore è tirare dritto per la propria strada».

I sacrifici del padre – «Ci ha aiutato tanto, quando lavorava nelle piantagioni di pomodori ci mandava subito i soldi a casa e con quelli abbiamo potuto iniziare una vita migliore, con più cibo e vestiti. Quando se n’è andato io avevo otto anni, e da quel momento per altri otto anni non l’ho più sentito, nemmeno per telefono, solo mia madre ci parlava. Il giorno che l’ho rivisto a Palermo è stato incredibile, ho sentito un’emozione che non riesco a descrivere con le parole. Ora lui è qui con me ma presto rientrerà in Ghana, è bene che stia vicino a sua moglie, io ormai posso cavarmela da solo».

Umiltà e maturità – «Prima di entrare in alcune splendide camere d’hotel mi torna in mente dove dormivo quando ero piccolo, e allora ringrazio Dio. Quando giocavo a Verona tutti mi chiedevano perché a volte mi fermavo a guardare Luca Toni dal basso verso l’alto, e io rispondevo: “Fino ad oggi un campione come lui l’ho visto solo in televisione, ai Mondiali del 2006, e adesso siamo qui ad allenarci insieme”. La vita mi ha dato una grande opportunità e non voglio sprecarla».

Il sogno nel cassetto  «Voglio comprare una grande piantagione di cacao in Ghana e dare lavoro a tante persone».