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Nagy:

L’importanza di Nagy

Testa sempre alta, passaggi precisi, corsa, personalità, e quelle immancabili finte di corpo per liberarsi della pressione avversaria, quasi una danza elegante sorretta da gambe esili e guizzanti. Centrocampista di classe ma anche geometra, calcolatore, capace già a 21 anni di sacrificare un po’ della sua fantasia in favore della sostanza, lo vedi giocare e te ne innamori subito, perché nei piedi e nella testa ha qualcosa di speciale. Ádám Nagy da Budapest, scuola Ferencváros, club che non ha bisogno di molte presentazioni, un ragazzo che si è fatto conoscere sul palcoscenico internazionale la scorsa estate, all’Europeo di Francia con la maglia della sua Ungheria, ma che qualcuno però conosceva già: Riccardo Bigon. Il direttore sportivo del Bologna è arrivato prima di tutti, bruciando sul tempo concorrenti di prestigio quali Benfica e Olympique Marsiglia, e per una cifra inferiore ai 2 milioni di euro lo ha portato sotto le Due Torri.
Bravo l’uomo mercato rossoblù, bravo il numero 16 a calarsi immediatamente nella realtà del nostro calcio, molto diverso da quello magiaro. Il suo compito non era per nulla semplice, sostituire nel cuore della mediana felsinea un giocatore altrettanto giovane e talentuoso come Amadou Diawara. Perché sì, inutile nasconderci dietro alla rabbia nei confronti del guineano o all’ottima cifra incassata per la sua cessione al Napoli, Diawara era un tassello a dir poco fondamentale nell’economia tattica di Roberto Donadoni, e dopo un inizio difficile sta dimostrando tutto il suo valore anche all’ombra del Vesuvio. Ordine, impostazione, qualità, ma anche e soprattutto contrasti, scivolate, rincorse, raddoppi, falle tappate a destra e a manca, insomma, se quest’anno la fase difensiva del Bologna non è più la stessa uno dei motivi, se non il principale, è proprio l’assenza di un piccolo grande frangiflutti come Amadou. Detto questo, però, se c’è un uomo che spesso e volentieri non lo sta facendo rimpiangere, questo è senza dubbio Nagy, che in fase offensiva sembra anche avere qualcosa in più rispetto all’ex San Marino.
Deve ancora crescere parecchio il buon Ádám, sia sul piano atletico che su quello delle scelte. Gambe esili, appunto, che hanno bisogno di irrobustirsi, giocate in verticale da perfezionare, e soprattutto meno timore nel cercare il tiro in porta, gesto tecnico in cui il regista classe 1995 può arrivare ad eccellere, basta guardare alcuni video su YouTube ai tempi del Ferencváros o più semplicemente osservarlo all’opera a Casteldebole. Tuttavia, quando lui non c’è, la squadra ne risente eccome, lo dicono i nostri occhi ma ancor prima i numeri: quando è rimasto in panchina per tutti i novanta minuti o è subentrato a partita in corso sono arrivate le sconfitte contro Torino (5-2), Fiorentina (1-0) e Atalanta (2-0), frutto di tre pessime prestazioni. Se tre indizi fanno una prova, è davvero il caso di dare ragione a quel gruppo di tifosi ungheresi che ieri hanno lanciato su Twitter l’hashtag #NoNagyNoParty, per rimarcare quanto la presenza o meno in campo del loro pupillo possa incidere sul rendimento del Bologna.
Džemaili più mezzala, all’occorrenza anche trequartista, Viviani piede vellutato ma molta meno corsa, Pulgar troppo ‘ruvido’ per la cabina di regia, e allora ecco che rinunciare a Nagy diventa assai difficile. «So che ci sarà pressione ma questa è una cosa bella, una motivazione in più per riuscire ad esprimere le mie qualità», spiegava il 21 luglio, giorno della sua presentazione ufficiale, dopo aver precisato la corretta pronuncia del suo cognome, «Noji». A quattro mesi di distanza non abbiamo ancora imparato a chiamarlo nel modo giusto, ma ci siamo già resi conto di non poter fare a meno di lui.

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