Spal e Bologna: due errori, una radice

Spal e Bologna: due errori, una radice

Chi scrive questa rubrichetta è convinto che una società di calcio sia la forma novecentesca d’intrattenimento popolare che avevano i teatri dell’Ottocento. E che le logiche di allestimento di una stagione sportiva non siano così distanti da quelle che regolano un cartellone teatrale: buon cast, buona squadra, direttore artistico e direttore sportivo, direttore musicale e allenatore, sovrintendente e amministratore delegato, e via di paragoni. Nessun teatro al mondo si sognerebbe di consultare i propri utenti prima di stilare una stagione: semplicemente, ne interpreta i gusti. Così, allo stesso modo, nessuna squadra di calcio dovrebbe cadere nella schiavitù di decidere in base ai diktat della propria utenza. Sono per un mondo dello spettacolo verticale: chi è bravo a organizzare, organizza; e il pubblico decide se applaudire o meno. Però il calcio, talvolta, dimostra che una sana, benché distratta, occhiatina alle esigenze popolari non ha mai guastato. I casi Spal e Bologna lo mostrano in tutta evidenza.
A Ferrara una campagna abbonamenti da prezzi scaligeri ha indotto la società a un clamoroso dietrofront, con annesse scuse e ripristino di prezzi più umani; a Bologna la legittima sollevazione contro un logo diafano e digiuno di storia porterà il club a ricucire i vecchi stemmi sulla seconda e sulla terza maglia, rendendo la prima divisa poco più che un esperimento. Ora, nessuno qui vuole gruppi e gruppetti di stakeholder che decidono cromie, prezzi e destini delle società. Ma se una società come il Bologna dimentica come ci si relaziona al contesto, esattamente come è successo a Ferrara, allora è lecita qualche riflessione. Saputo è un presidente da una volta e via: passa in media dal 5 al 7% del suo tempo in città ogni mese, e perciò paga chi lo rappresenti in loco. È un meccanismo vincente se ci si chiama Paris Saint Germain, se la realtà locale è talmente sovra-locale da non avere più bisogno di un volto per essere riconosciuta. Ma finché ci si chiama Bologna, e il pubblico a cui parlare è quello dei 14-15.000 aficionados disposti a tutto, anche ai rincari e ai cambi di colore sui loghi, non ci si potrà esimere dal metterci tutti un po’ più di carne e di ossa. È una regola antica del calcio. E calpestarla significa rischiare di replicare questi indesiderabili scivoloni.

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