Bologna è una regola

Bologna è una regola

E così, per una volta, la ruota è girata per il verso giusto e si è fermata sulla casella rossoblù, e il Bologna ha vinto una partita che avrebbe meritato di pareggiare o forse anche di perdere. Ci è riuscito grazie alla sua coppia di mastini di centrocampo, che in lieve ritardo sul Carnevale si sono travestiti da supereroi, e ad un Mirante finalmente in giornata sì. Dopo 25 giornate la classifica dice 30 punti, 3 in più rispetto allo scorso anno e dunque in linea con le aspettative di inizio stagione. E allora perché ieri, quando la squadra è rientrata negli spogliatoi per l’intervallo, è stata ricoperta di fischi (un sottofondo che si è ripetuto anche nel secondo tempo, accompagnato dall’invito a tirare fuori gli attributi)? Semplice, perché dopo aver ottenuto il vantaggio il Bologna si è seduto, e non è stato capace di reagire nemmeno dopo il momentaneo 1-1 di Babacar. Si è accontentato del pareggio, come contro la Fiorentina, e se alla fine ha trovato la vittoria è stato solo grazie al fatto che per una volta gli episodi sono girati a suo favore. No. così non va. Ben venga il successo, sia chiaro, dopo 7 sconfitte nelle ultime 9 partite è una vera manna, ma il malato sta solo un po’ meglio. La completa guarigione, purtroppo, è ancora lontana.

Mi ricordo le strade in cui ti ho promesso che sarei cambiato, ma non ho capito come si fa (Luca Carboni, ‘Bologna è una regola’, 2015) – Eccoci qua. Come previsto nello scorso numero di questa rubrica, ieri il Bologna ha ripreso a raccogliere punti, e guarda caso lo ha fatto contro una squadra che lo segue in classifica. Diventa anche complicato raccontare una storia di cui si intravede già il finale, commentare partita dopo partita le prestazioni di una squadra che non lascia spazio alle sorprese. Dinnanzi alle formazioni che stanno a destra in classifica il Bologna quasi mai pareggia, di rado vince e convince a pieno (Spal, Sampdoria, Benevento) oppure ottiene il successo con un colpo di fortuna o una giocata estemporanea, vedi il missile di Donsah (Verona), il capitombolo di Cacciatore (Chievo), i guizzi di Okwonkwo e Palacio (Sassuolo e Genoa, all’andata) e, appunto, il gioiello di Pulgar. Contro le prime dieci della classe, invece, si sprecano parole in merito al grande carattere dimostrato, al giusto atteggiamento con il quale si è scesi in campo, ma di punti poco o nulla. Il Bologna visto all’opera ieri è stato per lunghi tratti desolante, arrembante per il primo quarto d’ora e poi quasi indolente, spiazzante nel riproporre sempre lo stesso non-gioco, gli stessi errori, lo stesso atteggiamento. Calendario alla mano, nelle ultime 13 partite di questo campionato i ragazzi di Donadoni affronteranno 4 squadre che al momento si trovano nei bassifondi, ben 8 che lo precedono e già domenica prossima il Genoa di Ballardini, appaiato a quota 30. È chiaro a tutti come lo scenario non sia dei migliori, e che le opzioni sul tavolo siano soltanto due: adattarsi al solito andazzo, stringere i denti e augurarsi che in estate il mercato porti stravolgimenti tali per cui la musica potrà cambiare, oppure continuare ad illudersi che i rossoblù da qui alla fine della stagione realizzeranno almeno un’impresa (ci sono ancora da affrontare Lazio, Roma, Milan e Juventus, senza trascurare l’Atalanta). Nel calcio, si sa, tutto è possibile.

La luce dell’aurora a sud del mondo (Pino Daniele feat. J-Ax, ‘Il sole dentro di me’, 2009) – Ha avuto ragione Andrea Poli, nel post-partita di ieri, a dichiarare che se c’è un giocatore meritevole di una parola positiva è proprio Erick Pulgar. Classe 1994, il cileno è arrivato due anni e mezzo fa con la nomea del tuttofare (centrocampista di rottura, mezzala e all’occorrenza anche centrale difensivo), ma per i primi tempi sotto le due Torri si è visto tutt’altro tipo di giocatore: uno che sapeva fare poche cose e le faceva pure male, con l’aggravante di un carattere decisamente fumantino che spesso comportava la sua esclusione anzitempo dalla partita. L’evoluzione operata da Pulgar in questa stagione è innegabile, il ragazzo ha imparato a controllarsi ed è diventato un giocatore fondamentale a cui Donadoni mai rinuncerebbe. Contro il Sassuolo è riuscito a squarciare un cielo grigio e carico di pioggia con una parabola sulla quale in pochi avrebbero scommesso, riscaldando una tifoseria zuppa e insoddisfatta ma lasciandosi anche andare ad un’esultanza di pancia che ha fatto storcere il naso a parecchi. Ma Erick è fatto così, se gli togliessimo ogni residuo di garra otterremmo un calciatore più carino e gentile, ma forse senza quella spinta propulsiva a rincorrere chiunque e a recuperare palloni su palloni. Se Pulgar non avesse avuto quella sicurezza, per molti sfacciataggine, nel sottrarre a Verdi una punizione durante Bologna-Napoli, o se non si fosse presentato sul dischetto a Torino, forse non avrebbe covato dentro di sé una tremenda voglia di riscatto e miglioramento che ieri, per un momento, ha riportato il sole sul Dall’Ara.

© Riproduzione Riservata