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O capitano! Mio capitano!

O capitano! Mio capitano!

Non è chiaro chi abbia fornito il budget, poiché un ben noto uomo del mondo del cinema non avrebbe scucito un quattrino per produrlo, ma il film girato a Bologna nell’ultima settimana ha offerto al pubblico uno splendido colpo di scena e un finale perfetto. Simone Verdi ha rinunciato ad un ingaggio più elevato e alla possibilità di contribuire alla corsa del Napoli verso scudetto ed Europa League ed è rimasto a Bologna, con la promessa di portare a termine il percorso che ha cominciato sotto le due Torri. È sceso in campo contro il Benevento con addosso il peso invisibile delle aspettative e della fascia di capitano, e dai suoi piedi sono partiti tutti e tre i gol della sua squadra. Una trama che sa quasi di film d’animazione, perché solitamente solo ai bambini viene concesso di illudersi che l’eroe farà la scelta giusta e saprà rifiutare le arroganti lusinghe del nemico. Questa pellicola, invece, è adatta a tutte le età.

«O capitano! Mio capitano!» (‘L’attimo fuggente’, regia di Peter Weir, 1989) – Alla fine è rimasto, sempre uguale eppure un po’ diverso. Il ciuffo c’è, il numero 9 anche, tutto è al suo posto. Per una volta, il cambiamento che si avverte nell’aria non è da ricercare in un’assenza improvvisa, ma in una presenza inaspettata ancora più forte. Simone è ancora lì e tanto basta, ma c’è qualcosa in più. Sul suo braccio è comparsa una fascia, simbolicamente gliel’hanno infilata tutti: città, società, allenatore e squadra, Mirante in testa. Va al centro del campo, è lui a consegnare il gagliardetto al capitano avversario. Bologna è in mano sua. Lui lo sa, e in quel momento lo saprebbe chiunque. È qualcosa che si sente nell’aria. Non gli pesa, o almeno non si direbbe. Gioca tranquillo e si concede qualche leziosismo, ma quando è lui a toccare palla si nota, lo si avverte. Diverte Simone, e si diverte, come i bambini che al campetto sotto casa si allenano a calciare con entrambi i piedi per migliorare quello più debole. Il suo campetto è il Dall’Ara, e di piedi deboli non ce n’è l’ombra. Batte due punizioni e arrivano i gol di Destro e De Maio, serve un pallone a Dzemaili e completa il 3D. Forse è per questo che sugli spalti c’è chi si stropiccia gli occhi. A fine partita si alzano tutti in piedi, su quei gradoni che per un attimo diventano banchi di scuola. Omaggiano il capitano, il loro capitano.

Felicità, improvvisa vertigine, illusione ottica, occasione da prendere (Samuele Bersani, ‘Chiedimi se sono felice’, 2000) – Sì, l’avversaria sconfitta è modesta, attualmente la peggior squadra della Serie A. Sì, la débâcle di Torino è vernice fresca che macchia i recenti ricordi, e la trasferta napoletana che attende i rossoblù domenica prossima rischia di distruggere per l’ennesima volta quel fragile castello di carte che è il Bologna, è vero. Ma proprio per questo, proprio perché il saliscendi continuerà fino al termine del campionato, è bene gustarsi ogni minima oscillazione positiva. Ieri, pur con tutti i ‘ma’ e i ‘però’ del caso, di ragioni per sorridere i tifosi ne hanno avute parecchie. Uno stadio che invoca il nome di Verdi e se lo coccola, e Simone che ripaga l’affetto con due assist (e mezzo). De Maio che sembra prossimo alla cessione e invece non solo sigilla la porta assieme all’altro presunto partente Maietta, ma si toglie anche lo sfizio di segnare il gol che chiude la partita. Dzemaili che riparte da dove aveva lasciato, dalle sue sgroppate, dalla sua mattonella da fuori area. Saputo che lascia il suo posto in tribuna pochi minuti prima del fischio finale per correre in campo ad abbracciare i suoi ragazzi. Più in generale, un Bologna che indubbiamente perde troppe partite e fatica a superare i propri limiti, ma a cui va dato atto di non sbagliare praticamente mai le partite in cui è tenuto a fare risultato.

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