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Che confusione

Che confusione

Donadoni, Poli e De Maio si presentano davanti a microfoni e telecamere dopo la partita e dichiarano: «È colpa mia». No, non è né l’inizio di una barzelletta né l’incipit di un giallo. È il segnale che c’è un problema.

Per far confusione, fuori e dentro di te (Ricchi e Poveri, ‘Sarà perché ti amo’, 1981) – È il post partita di Crotone-Bologna, con padroni di casa vittoriosi per 1-0 e capaci quindi di raccogliere sei punti nei due scontri con i felsinei. È l’ennesima sconfitta che va a sommarsi al malloppo già ricco delle débâcle del Bologna targato Donadoni, è la conferma di una media matematica impietosa che ricorda come i rossoblù perdano il 50% delle partite che giocano. Non può definirsi momento critico, questo no, perché anche se tutte le squadre invischiate nei bassifondi della classifica hanno dato contemporaneamente segnali di risveglio, la terzultima resta a otto lunghezze. Per tale ragione è improbabile considerarla un pericolo a sette giornate dalla fine, considerando in particolare che in trentuno giornate ha raccolto meno di un punto a gara.
Tuttavia, per essere amareggiati, infastiditi e per l’amor di Dio anche sanamente arrabbiati, non dovrebbe esserci bisogno dell’allarme rosso. Ci si può ribellare con forza all’idea di aver concesso due successi ad una formazione che fino all’ultimo turno non saprà se l’anno prossima giocherà in Serie A o meno, anche senza passare per disfattisti. Ci si può stancare di guardare una squadra senza un automatismo che funzioni dopo tre anni di allenamenti svolti con lo stesso tecnico, si può essere stremati dalla continua ripetizione dello stesso copione: periodo di magra, serie di due o tre partite positive che illudono ci possa essere un salto di qualità, tracollo di ogni speranza. È come guardare Prometeo legato ad una roccia e a cui, ciclicamente, un’aquila divora il fegato che faticosamente si stava rigenerando. È sfibrante anche solo per chi a fondo valle contempla la scena, figurarsi per chi la vive in prima persona.
Difatti, puntualmente, dopo ogni sconfitta gli attori si presentano in sala stampa con la faccia scura, e si mostrano dispiaciuti per i tifosi, addolorati per un risultato che sembrava alla portata ed è scivolato tra le dita. Questo teatrino ricorda una celebre vignetta di Altan, nella quale ad un padre che si dichiara «turbato, sgomento, confuso» la figlioletta risponde: «Incazzarsi, mai?». Che ne è di quella rabbia giusta, che ti fa entrare in campo veramente con il sangue agli occhi? Ci si può augurare di vederla, prima o poi, o ci si dovrà accontentare fino alla fine dei tempi della retorica sui tifosi che vanno in trasferta e meriterebbero uno spettacolo migliore, e del sempreverde «lavoriamo per rialzarci alla prossima»? Si evitasse di cadere ogni volta, e non per limiti evidenti ma per mancanza di applicazione, si risparmierebbero energie che vanno perse in queste inutili dichiarazioni, e ne rimarrebbero un po’ di scorta per affrontare, davvero, l’avversario seguente con il giusto carattere.
Le interviste post gara di ieri sono state semplicemente grottesche. Il primo a parlare è stato Donadoni, che si è addossato tutte le colpe della sconfitta, reo «di non aver trasmesso i giusti concetti ai ragazzi». Poi è stata la volta di Poli, che ha difeso a spada tratta un allenatore «spesso criticato ingiustamente» e ha invitato se stesso e i suoi compagni a della sana autocritica. In coda è arrivato De Maio, che ha aggiunto il carico da novanta: «È tutta colpa mia, sul gol preso ho sbagliato il posizionamento». Che confusione, ragazzi. O siamo dentro ad ‘Assassinio sull’Orient Express’ ed effettivamente i dodici sospettati (undici giocatori più l’allenatore) sono tutti colpevoli, oppure la verità è da cercare qualche strato più a fondo.
Il refrain della motivazione, che in tanti tra squadra e società schivano come fosse quello di un’insopportabile tormentone estivo, forse ha in sé il suono fastidioso della verità scomoda, quella che brucia. Una squadra che, pur uscendo sconfitta, ha affrontato alla pari Inter e Napoli al Dall’Ara e recentemente ha fermato sul pari squadre avversarie Lazio e Roma, non diventa scarsa tutta d’un colpo. Ma il blasone dell’avversario funziona da trigger, da innesco, e contro corazzate come queste ti fa dare il 100% a prescindere dal calendario e dalla situazione di classifica. Al contrario, giocare con la giusta carica a casa di un Crotone bisognoso di punti, quando non si insegue nessun obiettivo, diventa particolarmente difficile, e i risultati di questa cronica mancanza di ambizioni sono sotto gli occhi di tutti.

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