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La Lega Serie A rompe con Mediapro, torna in gioco Sky

Guardala in faccia la realtà

Mandare avanti una rubrica che si prefigge l’obiettivo di trovare parole ogni volta diverse per commentare lo stesso Bologna, inizia a diventare un’impresa ardua. Di questo, alla società e al tecnico va riconosciuto il pieno merito: pur di non guardare in faccia la realtà, una giustificazione diversa per ogni sconfitta la riescono sempre a trovare.

Guardala in faccia la realtà, e quando è dura sarà sfortuna (Vasco Rossi, ‘Dillo alla luna’, 1988) – Non ci sarebbe nemmeno bisogno di aggiungere un commento, è sufficiente snocciolare alcuni dati per spiegare il campionato che sta disputando il Bologna. Dal ritorno in Serie A, i rossoblù hanno disputato 104 partite perdendone esattamente la metà, 52. Quello contro l’Atalanta è stata il settimo k.o. stagionale al Dall’Ara, nonché la quindicesima in campionato. La Dea è la terza squadra, tra le nove già incontrate sia all’andata che al ritorno, capace di fare bottino pieno contro Mirante e compagni (le altre due sono Napoli e Fiorentina). Sui 33 punti raccolti fino ad ora dal Bologna, soltanto 5 sono arrivati contro formazioni che lo precedono in classifica. Si potrebbe continuare, ma si tratterebbe della classica sparatoria sulla Croce Rossa.
Piuttosto, può essere interessante porre l’attenzione sulle analisi delle sconfitte che sono state fatte da mister e società nel corso dei mesi. La Juventus, ad esempio, poté permettersi di «tenere in panchina giocatori per 200 milioni di euro», quindi era chiaro considerarsi battuti in partenza. L’incredibile vittoria del Crotone al Dall’Ara? Frutto di una partita assurda, nella quale i calabresi segnarono «tre gol su tre rimpalli». La Fiorentina, a differenza dei felsinei, sfruttò le sue «individualità di grande talento», e sia all’andata che al ritorno l’Inter fu «favorita dall’arbitraggio». Certamente fu un peccato regalare alla Lazio un intero tempo di gioco, per fortuna che poi il Bologna si svegliò e dimostrò «di potersela giocare alla pari con tutte», come d’altronde fece la settimana seguente contro la Roma. I rossoblù furono addirittura «superiori al Milan» a San Siro, salvo cadere sotto i colpi di Bonaventura, mentre a Torino sponda granata fu l’unica occasione in cui si parlò finalmente di «Bologna mai pervenuto» e di «nessuna sufficienza», per poi ridimensionare l’accaduto definendo quel match «una partita fine a se stessa». Peccato che da allora i felsinei abbiano ottenuto 9 punti in 8 partite e 6 sconfitte in questo parziale, ultima delle quali contro un’Atalanta premiata da «maggiore fisicità e migliore condizione atletica».
Si trovano formule sempre nuove per spiegare una batosta, ma non se ne riesce a trovare una diversa per iniziare a far girare una squadra che da tre anni è uguale a se stessa. Nemmeno la società sembra aver chiara la consistenza e le potenzialità del materiale grezzo che tiene tra le mani, e fa oscillare l’asticella delle ambizioni senza mai fissarne davvero una. A mercato invernale appena concluso, l’a.d. Claudio Fenucci, evidentemente soddisfatto della permanenza di Verdi e dell’arrivo di Dzemaili, Orsolini e Romagnoli, si era lasciato andare ad un «puntiamo alla parte sinistra della classifica». Intervistato un paio di settimane fa, aveva già corretto un po’ il tiro: «Per iniziare a ragionare dal decimo posto in su ci vorrà tempo, è un percorso lungo».  Allo stesso modo, anche il d.s. Riccardo Bigon sembra aver ridimensionato le sue aspettative. Se l’inizio di stagione del Bologna gli ricordava quello della stagione precedente, ma gli trasmetteva ottimismo per il fatto che i calciatori avevano «un anno di esperienza in più sulle spalle», e quindi avrebbero dovuto essere in grado di fare meglio e proporre un calcio diverso, al termine di Bologna-Atalanta ha lascato intendere che non ci si dovrebbe aspettare chissà cosa da questi ragazzi: in fondo, «nessuna squadra di pari livello dà spettacolo».
È palese che uno degli ambienti più fedeli e affezionati della Serie A sia in mano ad un gruppo dirigente (allenatore ovviamente incluso) umorale e incapace di tracciare la via da seguire. Del resto è facile che sia così, se nemmeno loro riescono a guardare dritti davanti a loro stessi, magari stando di fronte ad uno specchio, troppo impegnati come sono a fissarsi i piedi e a trovare parole sempre nuove per giustificare una sconfitta. Ne restano ancora poche, di possibili cause, prima di accorgersi dei loro errori: la mancanza di benzina, una gomma a terra, l’impossibilità di prendere un taxi, il tight in tintoria, un funerale, il crollo di una casa, un terremoto, un’inondazione e naturalmente le cavallette.

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