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Infinite possibilità

Infinite possibilità

Al termine di Lazio-Bologna, l’allenatore in seconda Luca Gotti aveva dichiarato che, se i rossoblù avessero strappato un paio di pareggi in quelle partite che invece sono terminate con una sconfitta, nell’ambiente ci sarebbe una percezione totalmente diversa dell’attuale stagione. Per quale motivo, allora, sabato pomeriggio sono piovuti fischi copiosi su Roberto Donadoni al momento del cambio Verdi-Krejci, quando la squadra era sul punto di strappare un prezioso 1-1?

Per quanto sia bello soffrire di un’idea di te che non c’è più, è controproducente come piangere per niente (La Crus, ‘Infinite possibilità’, 2005) – Quando arrivò a sostituire Delio Rossi, e nell’ultimo anno lo si è ricordato tante volte, Roberto Donadoni venne acclamato come un salvatore. Tappò i buchi della bagnarola che gli era stata lasciata in eredità dal collega romagnolo, e la portò a navigare verso lidi che nessun bolognese, a inizio stagione, avrebbe pensato di attraversare. È proprio il caso di dire che da allora ne è passata parecchia, di acqua sotto i ponti. Si è arrivati ad un punto di rottura tale che il salvatore di cui sopra viene sommerso di fischi dalla tribuna per una sostituzione non gradita, mentre sul campo i felsinei stanno fermando sul pareggio un’ottima squadra come la Roma di Eusebio Di Francesco. Le possibili spiegazioni per questo voltafaccia sono pressoché infinite.
Si potrebbero ripercorrere a ritroso tutte le tappe del Bologna di Donadoni, ogni singola partita ed ogni singola conferenza post gara, per cercare il punto esatto in cui la tifoseria si disinnamora irreparabilmente del suo mister. Sarebbe, presumibilmente, tempo perso. Non può essere solo una la ragione per cui una piazza così docilmente fedele come quella rossoblù abbia deciso di smettere di abbandonarsi ai ricordi di un Donadoni condottiero che non esiste più, e abbia iniziato a contestare il Donadoni attuale, a cui nemmeno due pareggi consecutivi contro avversarie più forti bastano più per farsi amare. È stato un logorio progressivo, sul quale non hanno inciso solo alcuni pessimi risultati e l’aver ottenuto il 50% di sconfitte sul totale delle partite disputate (elementi che di certo non hanno aiutato), ma anche alcune prese di posizione e scelte di formazione che la tifoseria ha smesso di digerire.
Prendendo ad esempio la partita più vicina cronologicamente, a lasciare perplessi è stata la formazione iniziale con la quale il Bologna è sceso in campo. Schierare contemporaneamente Torosidis, Palacio e un Di Francesco non ancora al top, significa quasi sicuramente sapere già prima del fischio d’inizio quali saranno le tre sostituzioni da effettuare a gara in corso. Il greco non è più un ragazzino e più volte, nella sua avventura sotto le Due Torri, è dovuto uscire anzitempo. Strapazzare Palacio, costringendolo a novanta minuti di corsa senza requie, aveva già portato l’argentino ad un infortunio muscolare non più tardi di un mese fa. Infine, il figlio d’arte è ancora alla ricerca della miglior condizione fisica, tanto che probabilmente era già stata prevista una staffetta con Orsolini. Per fortuna, almeno l’affaticato Dzemaili è stato risparmiato.
Consapevoli di questo, è eccessivo sostenere che Donadoni stia continuando a giocare sul filo del rasoio, non potendoselo ormai più permettere? Non schierare Destro per quella che a questo punto sembra quasi una questione di principio ‒ passino i discorsi sulla profondità e sul giocare negli ultimi venti metri, ma a tutto c’è un limite – è un lusso che il Bologna, che voleva farne il suo uomo simbolo, può ancora concedersi? È vero, questa analisi arriva dopo due pareggi sui quali in tanti avrebbero messo la firma, ma ormai la dimensione dei rossoblù per questo campionato è chiara e la classifica consolidata, per cui è bene iniziare a porsi delle domande in vista della prossima stagione, che sembra distare un’era geologica ma alla quale, invece, mancano poco più di quattro mesi.

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