Masina in lacrime al termine di Bologna-Sampdoria

La mia banda suona il rock

Quella di ieri sera con la Lazio è stata una partita a due facce. Alcune frasi che avrebbero riassunto perfettamente il primo tempo sarebbero state inadeguate e ingenerose nei confronti del Bologna sceso in campo nel secondo, così come troppi elogi sarebbero stati immeritati e ingiustificati alla luce del primo tempo horror, che si spera di non riproporre sabato all’Olimpico contro la Roma. Come sempre in medio stat virtus, per cui cerchiamo di leggere la partita dei rossoblù trovando un equilibrio tra ciò che è andato male, per non dire malissimo, e ciò che invece va salvato e da cui bisogna ripartire.

Tutto potrebbe andare molto peggio (Richard Ford, ‘Tutto potrebbe andare molto peggio’, 2015) – È stato per sfortuna della Lazio più che per merito del Bologna se il primo tempo non si è chiuso con un punteggio tennistico. Due gol, tre legni, un rigore fallito e l’impressione di poter fare male ogni volta che i biancocelesti avevano il pallone tra i piedi. Questo è stato il bottino di Lulic e compagni nella prima fase di gioco, molto misero alla luce delle occasioni create ma sufficiente a confermare per l’ennesima volta che se non si può considerare la Lazio in piena corsa per lo scudetto (nel lungo periodo pagherà forse la panchina troppo corta e l’assenza di un vice Immobile degno di questo nome), la squadra di Inzaghi va sicuramente collocata nella fascia immediatamente inferiore. Insomma, un avversario almeno in questo momento fuori dalla portata di un Bologna che vuole crescere e lo sta facendo, ma non è ancora attrezzato per giocarsela davvero alla pari con tutte, e soprattutto sembra ancora troppo indietro sul piano della convinzione, tasto su cui Donadoni torna a battere ogni volta che può. Ma quali sono quindi le buone notizie? Cos’è che effettivamente poteva andare molto peggio? La ripresa, intesa sia come secondo tempo di gioco che come reazione. Dopo l’intervallo c’è stata eccome: la Lazio ne ha avuto paura e i felsinei dovrebbero veramente ripartire da lì, coi fatti e non a parole. Il Bologna del primo tempo a molti ha ricordato quello senza tenacia e autostima visto l’anno scorso, vero, ma quello del secondo tempo uno anno fa si era visto molto raramente, e quasi mai era avvenuta una trasformazione così evidente dopo al rientro in campo dagli spogliatoi. Un percorso di crescita è cominciato già da un po’ e proseguirà con altri inciampi, questo è indubbio. L’importante è rendersi conto che a differenza di quanto fatto vedere fino a pochi mesi fa, i rossoblù si sono messi in moto e non vogliono ristagnare nella tristissima palude di una classifica mediana e senza aspirazioni.

La mia banda suona il rock e cambia faccia all’occorrenza, da quando il trasformismo è diventato un’esigenza (Ivano Fossati, La mia banda suona il rock, 1979) – Il precampionato era iniziato con un modulo decisamente rock, quel 4-2-3-1 durato il tempo di disputare la prima nefasta partita ufficiale della stagione con il Cittadella, per poi essere abbandonato e quasi mai riproposto. A quel punto il Bologna aveva ripiegato in fretta su una musica ben conosciuta, il 4-3-3 a cui Donadoni si era affidato per tutto il campionato precedente, aspetto che gli era valso parecchie critiche da chi lo accusava di non essere in grado di proporre un gioco diverso. Alla luce di quanto fatto vedere dal Bologna in questa prima parte di stagione, sorge spontanea una domanda: non ne era capace o non aveva gli uomini per farlo? Perché quest’anno non si sta facendo certo pregare, e approfittando degli innesti di Gonzalez e De Maio sta cercando di abituare i suoi ragazzi a cambiare spartito, sia dal primo minuto che a partita in corso. Il 3-5-2 schierato dall’inizio a Reggio Emilia e negli ultimi minuti contro Genoa e Spal è un modulo ancora da digerire e che la squadra può e deve imparare a interpretare meglio, ma è anche un segnali evidente di un gruppo che sta maturando, si sta evolvendo e sta facendo dei passi avanti, non solo in classifica. Premesso tutto questo, alla partita di ieri sera contro la Lazio il Bologna è arrivato senza poter contare su Mbaye, Maietta, Torosidis, Taider, Poli (soltanto in panchina) e Palacio infortunati, e Gonzalez squalificato. Il trasformismo operato da Donadoni non è stato dunque un atto volontario ma esigenza pura, a partire dallo schieramento difensivo. Sulla destra ha giocato Krafth, che ormai rappresenta la terza opzione del tecnico per quella fascia, dietro ai due laterali di destra infortunati. La coppia centrale Helander-De Maio era tutt’altro che rodata, Crisetig giocava la prima partita da titolare in stagione dopo i venti minuti di Benevento, Krejci non aveva ancora la gamba per scappare alla retroguardia biancoceleste e Destro, per usare un eufemismo, non è stato artefice di una prestazione tale da zittire i suoi detrattori. Il Bologna sta imparando ad assumere più di una forma, ma un conto è farlo per scelta e uno, appunto, per obbligo. Una formazione rimaneggiata ha certamente rischiato un’imperdonabile imbarcata nei primi quarantacinque minuti di gioco, ma nella seconda frazione ha giocato alla pari e fatto sudare freddo metà Roma. L’altra metà Mirante e compagni la fronteggeranno già sabato sera, per cui non ci si sorprenda se il leitmotiv non sarà molto diverso da quello di ieri. Il salto di qualità rispetto alla stagione passata sarà evidente quando Donadoni avrà tutti a disposizione e potrà manipolare la squadra come preferisce. Il Bologna sta cambiando, forse per la prima volta in modo evidente dall’ultima promozione in Serie A: non si perdano pazienza e fiducia proprio ora che questi ragazzi, considerate determinate condizioni, possono iniziare a far divertire la piazza.

Laggiù sembra tutto tranquillo, te lo credo, finché continuo a volare (Lucio Dalla, ‘Aquila’ 1984) – Dopo aver cercato di inquadrare il Bologna in una dimensione più realistica e non condizionata dai risultati, due parole di elogio per questa Lazio sono d’obbligo. Una squadra bella, divertente e allo stesso tempo cinica che propone un calcio senza fronzoli ma entusiasmante, e che conferma l’adagio di marca Cruyff secondo cui giocare in modo semplice sia la cosa più complicata da fare. 26 gol segnati in 10 partite, terzo attacco del campionato dietro alla Juventus campione d’Italia per sei volte consecutive e al Napoli di Guardiola, pardon, di Sarri. Un Immobile al momento in corsa per la Scarpa d’Oro, mai così in forma in carriera e sempre più pilastro azzurro, quello bordato di bianco del suo club e quello più scuro di una Nazionale che dovrà aggrapparsi ai suoi gol per sperare di volare in Russia. E non è tutto. Un reparto difensivo splendidamente orchestrato da De Vrij, l’ottimo avvicendamento fra Lucas, fuori Biglia e dentro Leiva, che sembra aver giovato alla manovra più di quanto ci si potesse attendere, e poi ancora la concretezza di Parolo, l’applicazione nelle due fasi di gioco di Milinkovic-Savic, e quel Luis Alberto che sorprende solo chi non aveva prestato attenzione ai suoi ingressi in campo l’anno scorso: per lui pochi minuti a disposizione ma sempre bagnati da giocate di classe, espressione di un talento che aveva solo bisogno di continuità per esplodere definitivamente. Una rosa che può dunque puntare a fare un ottimo percorso in Europa League e in campionato a mettere pepe sulla coda di Inter, Roma e Juventus per la vittoria finale. Come già accennato, il suo unico limite rischia di essere l’avere in panchina poche alternative di pari valore rispetto ai titolari, aspetto che soprattutto per una squadra impegnata in due competizioni (tre se si considera pure la Coppa Italia, torneo che la Lazio è tra i pochi club e non snobbare) rischia di non essere marginale. Ma per il momento, il volo rapace continua, e l’Aquila può guardare dall’alto in basso ben sedici squadre.

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