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Le consuete domande

Le consuete domande

Ancora qui a domandarsi e a far finta di niente, come se il tempo per noi non costasse l’uguale, come se il tempo passato ed il tempo presente non avessero stessa amarezza di sale (Francesco Guccini, ‘Canzone delle domande consuete’, 1990) – Un’altra sconfitta, un’altra settimana che Bologna spenderà, tra uno striscione e uno sfogo sui social, a farsi le solite domande. Alcune di esse, alla luce di questa ennesima debacle, forse andrebbero riviste. Ad altre, ancora meglio, è il caso di iniziare a trovare al più presto delle risposte.
La fatidica «ma davvero è tutta colpa di Inzaghi?», ad esempio, d’ora in poi potrebbe essere declinata in «chi ancora sostiene che il mister non abbia responsabilità e gli sia stata messa a disposizione una squadra di pochissimo valore, lo ha visto l’Empoli fare dieci punti in quattro gare dopo l’arrivo di Iachini?».
Una volta preso il via, gli altri quesiti inizierebbero a sgorgare spontanei. Come mai, sempre a proposito dell’Empoli, con i vari Bennacer (21), Traoré (18), La Gumina (22) e Zajc (24) non bisogna essere pazienti e aspettare che crescano, ma è dimostrato che si possa riuscire a sgommare lontano dal terzultimo posto?
Facendo un piccolo passo indietro e aprendo una parentesi tattica, le tre punte in sette minuti inserite contro l’Inter a quale disegno rispondevano? Il cambio Orsolini-Dzemaili in situazione di vantaggio durante Sassuolo-Bologna e di parità durante Empoli-Bologna, match che sono poi finiti rispettivamente con un pareggio e una sconfitta, quante altre volte dovrà costare dei punti ai rossoblù?
Dopo aver chiuso sotto 3-1 il primo tempo contro la Sampdoria, aspettare dieci minuti nella ripresa per inserire una punta – per poi sostituire semplicemente Falcinelli con Palacio lasciando di fatto invariato il numero di giocatori offensivi – è stato fatto allo scopo di preservare quale risultato?
Per quale ragione, dopo la partita con il Chievo, il passaggio dal 3-5-2 al 4-3-3 avvenuto a partita in corso era stato giustificato con la volontà di schierare Orsolini come esterno d’attacco, ruolo definito a lui più congeniale, se nelle ultime uscite si è continuato a proporlo come interno di centrocampo, posizione in cui è sacrificato e che non gli appartiene più di tanto?
Infine, qualche domanda riguardante l’approccio. Il giorno della sua presentazione, Inzaghi disse che in un certo senso la società gli trasmetteva le stesse sensazioni di quelle che provava al Milan da giocatore, in quanto «qui c’è tutto per fare bene e non possono esistere alibi». Come si è passati da una tale affermazione a ripetere una settimana sì e l’altra pure che «in questo momento gira tutto storto» e «gli avversari ci segnano sempre al primo tiro in porta»?
Perché in quell’occasione ci si era augurati che il Bologna, un volta raggiunti i 40 punti, potesse iniziare a guardare un po’ più in alto e togliersi qualche soddisfazione (con tanto di battuta sull’Europa League come obiettivo per i prossimi anni), per poi ripiegare, sei mesi e un terzultimo posto dopo, su un molto più modesto «non è il momento di guardare la classifica»?
Con profondo dispiacere, non resta che aggiungerne un’ultima, a maggior ragione dopo la nota ufficiale diffusa ieri sera dal presidente Saputo: al di là del valore della rosa e degli errori della dirigenza, quanto tempo serve ancora per accettare il fatto che Inzaghi non sia stato all’altezza del compito che gli è stato assegnato, e per capire che è necessario esonerarlo e cercare di salvare il salvabile?

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