La situazione è grigia ma non ancora nera, mai come adesso dipende tutto da Saputo

6500 chilometri di domande

In questi tempi grami in cui la socialità virtuale aumenta il tasso di litigiosità e il radiofonismo selvaggio rivendica patenti di impunità in nome del tifo viscerale, sembra quasi che ricordare di avere una proprietà distante sia un’eresia. Letteralmente, Joey Saputo è un presidente distante per natura: 6500 km, a seconda della rotta aerea, colmati con nove presenze italiane (mi perdoneranno quelli che hanno tenuto conti più precisi) negli ultimi undici mesi. Nessuno può imputargli alcuna colpa per esser nato a Montreal, e anzi forse questa è proprio la causa principale del fatto che da due anni abbia deciso di investire in Italia, per sete d’esotismo o per desiderio atavico di riunirsi alle radici di famiglia. La distanza è un elemento intrinseco alla sua avventura nel Bologna, perché – piaccia o no – il suo club europeo è arrivato biograficamente vent’anni dopo quello di casa sua. Dunque secondo. Accettata dunque l’evidenza, non bisogna lasciarsi tramortire dalle sue implicazioni. La distanza, in sé, non sarebbe nulla se gestita con i mezzi opportuni. Lo sceicco Mansour provvederà ai bisogni del suo club quanto Abramovich, magari direttamente dal centesimo piano del suo grattacielo collocato parecchi gradi di latitudine a meridione.
Il problema, semmai, è la natura della presenza. Ovvero, cosa succede quando Saputo viene a Bologna, quali effetti produce una sua direttiva, come il suo dettato si riverbera nella vita del campo. Cominciamo a chiederci, anziché quanto, cosa fa quando arriva in Italia. E chiediamoci se il suo ostinato voler tenere le distanze dal mondo reale – niente interviste, fuga dalle telecamere, profilo basso, quasi rasoterra – sia ancora il modo corretto per gestire le crisi di risultati. Più tempo passa, e più ci accorgiamo della diversità di trattamento tra Canada e Italia. A Montreal, la presentazione di stagione avviene quasi come una festa collettiva: «L’obiettivo è vincere la MLS entro i prossimi cinque anni», aveva detto in una di queste occasioni Saputo. Si dirà: eh ma in Canada il calcio è vissuto diversamente. E sia. Ma perché qui, a stento, disponiamo in letteratura solamente delle frasi di Bigon e di Fenucci che inneggiano ai piccoli passi «un punto alla volta»? Saputo non è obbligato a presenziare alla Tacopina. Ma quando c’è, in quei pochi giorni ogni anno, potrebbe valorizzare meglio la sua presenza, cavalcando i mesi in cui ancora gode dei crediti dovuti per essersi imbarcato in un mecenatistico percorso di ricostruzione del club. Apparire è un diritto, ma nel calcio è quasi un dovere. Almeno in Italia, funziona così.

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