Il basket oggi ci insegna qualcosa

Il basket oggi ci insegna qualcosa

Una società sportiva non vive su Marte, ma calpesta lo stesso asfalto di tante altre realtà dell’intrattenimento. Sembra un concetto banale, quasi tautologico. Ma quasi tutti lo ignorano. Lo sport, e il calcio sopra ogni altra disciplina, naviga infatti in un oceano linguistico autoreferenziale, con sistemi di segni e pratiche rituali a sé stanti (i primi a metterli in pratica sono gli addetti ai lavori, a seguire i tifosi per imitazione). In poche parole: il calcio non dialoga col contesto in cui vive. Gli effetti si toccano con mano ogni domenica: le regole dello stadio, quale che sia il settore di competenza, sono molto diverse rispetto a quelle della vita che scorre fuori. E il reiterarsi di queste pratiche aumenta la percezione di essere in un luogo extra-tutto. Tutto bene finché le televisioni pagheranno milioni per mantenere in vita questo grande circo. Ma quando, e capiterà presto, i colossi ridurranno le loro munifiche erogazioni, il calcio si ritroverà improvvisamente nudo. Spifferi di freddo cominciano già ad avvertirsi. E la necessità di parlare col contesto in cui il calcio prospera da anni aumenterà. Anzi, diventerà inevitabile. Non bisogna essere cassandre per poterlo affermare con sicurezza.
Il basket, che soffre pene indicibili, non ha dovuto aspettare la crisi per muoversi, perché la crisi la sta già vivendo, e non da ieri. Ma negli ambienti in crisi spesso nascono idee. E l’ultima, partorita in casa Virtus, potrebbe diventare un modello di convivenza culturale per i prossimi anni in città. L’iniziativa verrà presentata a breve al Teatro Comunale. In pratica, nascerà un progetto di reciprocità di sconti per chi acquista biglietti per Virtus e per il Teatro. È un lancio sperimentale, non pretende di risolvere i problemi del ripopolamento dei palazzetti e delle platee, ma è un segno di risveglio, nel suo piccolo, rivoluzionario. Lo spirito che lo anima non ha bisogno di didascalie. Suggerisce infatti che andare a Palazzo o a Teatro, pur con le note differenze di approccio, fa parte della stessa attività culturale, nell’orizzonte di un tifoso-spettatore. Stupisce la miopia con cui finora nessuno abbia percepito l’enorme potenziale sociale (e pedagogico) che nascerebbe dalla collaborazione tra i teatri cittadini, intesi come teatri della cultura e dello sport.
Stupisce tanto più perché il calcio, in fondo, sta cercando di assomigliare sempre più a un teatro d’opera, conformando i nuovi stadi a immagine di un salotto in cui sedersi comodamente, offrendo uno spettacolo sofisticato e totalizzante (com’è l’esperienza dell’opera). Ma la frequentazione inesistente dei teatri da parte degli establishment calcistici, e viceversa negli stadi da parte del mondo culturale, ci fa credere che i due mondi viaggino ancora lontani. La Virtus, dalla Serie B del basket, è riuscita a rompere questo tabù. Bisognerebbe domandarsi quante occasioni ha avuto il Bologna per affacciarsi in città, e quanto poco costerebbe farlo (in termini meramente economici), e quante ricadute positive avrebbe studiare le collaborazioni con gli altri attori della vita culturale cittadina. Non occorre ricordare che i teatri d’opera sono il primo richiamo per il turismo straniero, e che il turismo straniero, per definizione, è il mercato più danaroso (da dove viene, in fondo, Saputo?).
Ecco, da una stagione calcistica che il prossimo anno non potrà promettere forti emozioni, e che per il prossimo quinquennio dovrà essere subordinata ai progetti infrastrutturali (con annessa migrazione dei tifosi fuori sede), è lecito chiedere qualche idea nuova. La Virtus ne ha data una. Arrivare secondi, in questo caso, non sarebbe nulla di disdicevole.

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