Un problema demografico

Cosa rischieremo nel 2018

Categorie di valutazione di una stagione come “spettacolo” e “noia” non esistevano quando in discussione c’era la stessa sopravvivenza della squadra, esattamente come al termine della seconda guerra mondiale a Berlino pochi si preoccupavano di abitare in una casa riscaldata, purché ci fossero quattro mura e un tetto. Chi porta benessere e certezze sul futuro, come ha fatto Saputo a Bologna, deve sapere di avere molte più responsabilità di chi garantisce a stento un modesto presente. È una regola non scritta di ogni ambiente, culturale, sociale, sportivo. Un violinista dal gesto teatrale, plastico e magniloquente, se produce un suono flebile rischia di subire molte più critiche di un collega dall’arcata minuta. E poco gli servirà ricordare di aver chiuso il suo concerto con le note giuste suonate nei tempi richiesti, se la performance non avrà emozionato secondo le attese suscitate. Il Bologna del primo biennio (e mezzo) di Saputo ha centrato tutti gli obiettivi: promozione al primo tentativo, due salvezze consecutive. Ma solo un miope potrebbe bearsi di questi traguardi, tralasciando lo scialbore con cui si sono verificati. Ora, è molto difficile intendersi sul senso comune di “spettacolo” e “divertimento”. Nel calcio, queste categorie sono generalmente una serie di fiammate di bel gioco, individuale o collettivo, prolungate nel tempo e con una discreta continuità, alimentate da una narrazione e da una presenza “fisica” dei protagonisti. Tutto questo a Bologna è andato perso, o perlomeno sprecato.
Passato in pochissimo tempo dall’incertezza sovrana a una polizza milionaria sulla vita, il club non è stato ancora in grado di trovare un’identità, un sistema di segni che lo rendesse immune al comprensibile rodaggio del progetto, comprese le 37 sconfitte in 76 partite del biennio in Serie A. Si può perdere, certo, lo hanno fatto tutti. Ma è come si perde e cosa si racconta tra una sconfitta e l’altra a rendere diverso il sapore di un campionato. Casteldebole è diventato un gioiello d’avanguardia, ma ormai anche un regno distante, inaccessibile ai tifosi, una Trigoria perennemente a porte chiuse. In città i calciatori vivono le loro vite atomizzate dal mondo che li circonda e vengono coinvolti nella società civile solo in occasione di eventi benefici. Nessuno, quest’anno, ha conosciuto chi sono davvero Krejci, Nagy, Pulgar, Destro, stritolati in formulette rassicuranti o in ancor più rassicuranti silenzi permanenti. E ora? Cosa racconteremo di un altro campionato in cui l’obiettivo sarà la vaga crescita e un’onesta salvezza? Continueremo questo mortificante ritmo di un punto a partita con anonimi pedatori, aspettando come la manna il progetto dello stadio nuovo, per poter guardare qualcosa di finalmente diverso? Attenzione, perché ne uccide più la noia, di tifosi, che sette gol del Napoli in una partita sola.

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