Siamo sicuri che...

Donadoni avrà voglia di stare a questo gioco?

Donadoni vuole tre Dzemaili per la stagione che verrà, ma intanto quello buono, l’unico in carne, ossa e otto gol, andrà via tra una decina di giorni, in tempo per essere scritturato dal suo campionato di pertinenza, giacché qui in Italia lo svizzero risulta essere approdato in prestito. Bisogna fare omerici sforzi di fantasia per non abbattersi da semplici spettatori. Figurarsi se in questa commediola stinta il ruolo da interpretare è quello del calciatore. Cosa diranno i dirigenti quando la ciurma si ritroverà di colpo senza il suo più degno rappresentante? Chi sarà così convincente da illudere tutti che la recita non è ancora finita? Tutti ricordano l’effetto disarmante che produsse la partenza anticipata di Diamanti, a mercato italiano chiuso, verso la Cina. Con presupposti e circostanze diverse, la partenza di Dzemaili rischia di provocare lo stesso effetto mortifero, in un ambiente già carico di tossine della noia. Pensare alla prossima stagione è cosa buona e giusta, ma anticiparla a tal punto da privarsi del miglior marcatore, con ripercussioni non difficili da prevedere, è un’automutilazione che sa tanto di avvertimento.
Sembrano dirci, da Casteldebole: visto che il progetto non potrà decollare prima di un anno, due o tre, tanto vale navigare a regimi ridotti. Ma Donadoni avrà ancora voglia di stare a questo gioco? Il dubbio è lecito, e lo rinfocola la memoria dei suoi tentennamenti d’un anno fa, quando ogni settimana (ah, almeno c’era quello di cui parlare!) il condizionale dominava ogni risposta sul suo futuro. L’impressione, però, è che l’uso dell’indicativo e il contratto oggi non autorizzino così tante sicurezze sulla permanenza di Donadoni. Troppa è l’incertezza di questo progetto tecnico, troppo vaghe le rassicurazioni di Saputo sul “giocatore forte che sostituirà Dzemaili”. Certo, e chi si sognerebbe di prendere un replicante debole? Insomma, attorno alla mesta e imminente dipartita dello svizzero si coagulano le troppe incognite di un progetto solido nei capitali, credibile nel garante supremo, affidabile sul piano manageriale, ma fiacco nell’apparato relazionale. Il pubblico pagante (che in minima parte ha pagato il proprio abbonamento anche per vedere Dzemaili fino al 28 maggio) ha diritto di esser richiamato al botteghino con un minimo di giustificata ragione. Altrimenti si dica chiaro e tondo che per i prossimi tre anni, fino al varo dei lavori sul Dall’Ara, la minestra sarà questa. Tiepida e persino rimossa dal cameriere quando il cucchiaio è ancora a mezz’aria.

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