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Quando Donadoni cominciò a prendere in mano il Bologna

I quattordici punti del Bologna – un terzo del bottino salvezza in poco più di un quarto del campionato – saranno pure il frutto di un lavoro concertato, ma se devono avere il volto di un solo responsabile è quello di Roberto Donadoni. Il quale, senza preoccuparsi delle conseguenze, forte di un ruolo manageriale che una società senza la presenza assidua del presidente gli ha di fatto conferito, ha assunto decisioni forti e, col senno del poi, fondamentali. Quella più importante, lo sappiamo, è la ripulitura e l’azzeramento delle gerarchie: in attacco come in difesa hanno cominciato a giocare i meritevoli, non le scelte obbligate dal mercato. Far accettare questo è il mestiere più difficile per chi guida una squadra di calcio. Ma esserci riuscito già all’ottava giornata ora mette Donadoni in una posizione di forza inedita.
Il tecnico ha appena rinnovato il contratto, sta viaggiando con una proiezione finale da 66 punti, ha vinto la schiavitù imposta dall’ingombrante presenza di Destro (obbligatorio farlo giocare, con quel che è costato… ma ora non lo è più), ha dimostrato che le sue scelte contano più di quelle suggerite dal mercato. Che fosse un allenatore da salvezza garantita, era un assunto accettato da tutti. Ma non tutti lo ritenevano un aspetto sufficiente. Ora però Donadoni sta diventando qualcosa di più: è l’allenatore che può fare la squadra, e non limitarsi ad accettare passivamente i prodotti del lavoro estivo. Palacio, è noto, non a tutti piaceva in società. Con ragioni peraltro condivisibili, almeno a scatola chiusa. La sua rinascita da adesso in poi segna un punto di non ritorno nello status di Donadoni, un tecnico più forte dei condizionamenti di bilancio e dei dieci milioni spesi per un solo giocatore. Che il tempo ce lo preservi, lui e il suo personalissimo modo di essere aziendalista.

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