È pericoloso posticipare le speranze

È pericoloso posticipare le speranze

Tra l’ottavo posto della Fiorentina e il diciassettesimo del Palermo c’è il Bologna. Come dire: tredici punti avanti, odor d’impresa; tredici indietro puzza di fallimento. Perché dalle nostre parti affiorano sempre i miasmi del secondo tipo? Perché nessuno, a Casteldebole, ha avuto il coraggio di spingersi un po’ più avanti, almeno dialetticamente, con le ambizioni. Non costava nulla, in teoria, far notare che la salvezza era già archiviata e che, da gennaio, si sarebbe dovuto lottare per, putacaso, un decimo posto. Ma la programmazione lenta ha i suoi ritmi, e così – in un campionato comunque già scritto – perpetuiamo ugualmente lo stucchevole basso continuo del “punto o posizione in più dell’anno scorso”. Che questa politica delle motivazioni non paghi, lo dice la classifica, e con essa l’umore diffuso di una piazza mai così rassegnata. Non al peggio, sia chiaro, ma a un quieto benessere borghese medio, con mutuo trentennale.
In questo campionato mediocre, il Bologna aveva tutti i mezzi per elevarsi un po’ al di sopra delle concorrenti. E invece ha scelto deliberatamente di posizionarsi laggiù dove era stato lasciato da Guaraldi e da Menarini (certo, con infinite maggiori prospettive sul futuro). Perché da un quindicesimo posto si può solo migliorare. Più difficile farlo da un ottavo, mantenendo poi passo identico negli anni a venire. Però poi, di fronte a campionati così modesti come quello di quest’anno, bisognerebbe offrire altri servizi, altri – si potrebbe dire – strumenti di distrazione di massa. Che tuttavia, a parte qualche video edificante sulla vita di Casteldebole (o il giustamente premiatissimo docufilm su Donsah), latitano. Il Bologna canadese deve decidere cosa vuol fare da adulto: perché l’effetto miracoloso sulle folle provocato dal salvataggio societario, a quasi due anni e mezzo di distanza, non potrà durare ancora molto. Tutte le gratitudini sono destinate a scolorirsi. A Napoli viene ridicolizzato chi, ancor oggi, ricorda che dieci anni fa anziché la Champions c’era l’Avezzano. Non facciamo la stessa fine. Altrimenti, oltre allo stadio, bisognerà ricostruire anche la fiducia di una platea.

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