Eravamo salvi alla seconda. Perchè stupirsi?

Eravamo salvi alla seconda. Perchè stupirsi?

In data 2 settembre 2016, dopo la seconda giornata di campionato, il saggio titolista di questa rubrichetta settimanale scriveva “il pericolo non è retrocedere, ma annoiarsi”. Senza far sfoggio di doti predittive, non occorreva un genio per capire che da questo campionato chiunque avrebbe potuto desumere in anticipo le conseguenze che vediamo dipanarsi con spietata verità. Anche perdendole tutte, da qui alla fine, il Bologna sarebbe salvo, potendo il Palermo assommare ancora 7-8 punti, ovviamente al ritmo attuale di marcia. Ma fossero anche 12 non cambierebbe nulla.
Donadoni ripete, come il ruolo lo obbliga a fare, che si deve sempre migliorare. Ma come si può comunicarlo a un ambiente già salvo da mesi? E come può rintuzzare il concetto se la proprietà dista 6.500 chilometri? Sarebbe come se il professore chiudesse il registro a gennaio, al termine del primo quadrimestre, e dicesse alla congrega: “Da oggi i voti son già stabiliti, siete tutti promossi. Però per giugno dovete studiare questi libri…”. Dubito che l’invito sortirebbe qualche effetto di pedagogica rilevanza. Dove dovrebbe trovare stimoli questa squadra? Nell’ira funesta del suo presidente, che brilla invece per aplomb britannico e appare una volta al mese circonfuso di onori? Nel ringhio di un allenatore che è noto, fortunatamente, per le sue doti contrarie? Nella punta acuminata di una tifoseria che, giustamente perché si tratta solo di calcio, esprime la propria rabbia con un “fuori le palle” ad inizio partita e inneggia a Saputo ogni volta che torna in città?
Questo ambiente, finché la Serie A non diventerà un campionato competitivo come lo era, ahinoi, fino al 2004-2005, sarà condannato alla noia eterna, alla logica dei 40 punti e ringraziare, al bigoniano champagne da stappare al quarantatreesimo punto, alla gioia effimera di aver fermato la Juventus sullo 0-0 (ultima impresa, evviva evviva, contro una grande). E purtroppo, in questo livellamento che non è solo del Bologna ma del sistema calcio in Italia, è difficile intravedere motivi di interesse diverso. Quelli, semmai, dovrebbero arrivare dai giocatori, dal guizzo personale estroso di questo o quello, dalla crescita sensibile di un ragazzo e dalla sua volontà di attecchire nell’ambiente, anziché esser ceduto alla prima offerta.
Siamo ancora abbondantemente nel triennio di anticamera che dovrebbe servire a qualsiasi nuovo progetto per prendere forma e maturare in serenità. Ma le emozioni ormai scolorite, ancor prima dei numeri, dicono che così non si potrà andare avanti a lungo. Perché una stagione nella quale l’unico guizzo di vitalità è fornito dai torti arbitrali subiti non vorremmo più viverla. Meglio salvi all’ultima giornata, che alla seconda, in questo stato.

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