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L'eterno problema dell'esserci

L’eterno problema dell’esserci

«Siamo preoccupati per la classifica: quando arrivi da risultati negativi è normale. La squadra ha sempre dimostrato di avere idee e buon calcio e questo ci fa ben sperare, ma allo stesso tempo non siamo tranquilli, perché siamo in zona calda. Abbiamo cinque scontri diretti che diranno qualcosa sul nostro futuro». Non sono parole, quelle di Marco Di Vaio, pronunciate nel 2008, né nel 2009, né nel 2010, né nel 2011. Non sono parole del 2015, quando era già club manager. Sono parole di oggi. E oggi, appunto, il tifoso medio – l’elettore americano del Midwest che bada al sodo, ovvero alla classifica – abbiamo ragione di credere che si sia stancato di prospettive di sopravvivenza.
Garantire la stabilità economica a lungo termine è uno scenario rassicurante, ma crea assuefazione: dopo pochi mesi, non è più vissuta come garanzia, esattamente come accade quando stipuliamo un’ottima polizza assicurativa. Se c’è, e fa il suo dovere, non occorre ricordare ogni due giorni di averla sottoscritta. Purtroppo, siccome il tifo è fame, e la fame va appagata, lo scenario da «cinque scontri diretti per vedere che campionato farà il Bologna» è ciò che un tifoso non vorrebbe più sentirsi ripetere. Ma Di Vaio lo ripete, e fa bene, perché questa è la realtà del Bologna di oggi. Dispensare concetti diversi sarebbe ingannevole, soprattutto con mezza squadra all’infermeria.
Tutto questo, però, dimostra come il calcio non sia così distante dall’approccio alla politica, dove l’elettore non chiede visioni di prospettiva, per il bene delle generazioni future, ma vantaggi per sé e per l’oggi. Differire l’appagamento può funzionare nello sport solo in cambio di un immaginario potente, da consumare subito in alternativa ai risultati. Lo stadio nuovo, in questo, è il miglior combustibile. Ma in attesa di averlo, se mai lo avremo, occorrerebbero altri canali in cui riversare queste energie inappagate, che non sono certo l’intrattenimento del partita con musica da discoteca.
Se Saputo non vuole disperdere il credito che si è costruito rimettendo in piedi la società, dovrà quindi cominciare a mettersi in animo di presenziare più Bologna e il suo investimento. La creazione di un immaginario si alimenta anche con la presenza fisica. E la fame di presenza fisica di Saputo è ben visibile quando – è accaduto a Verona − scende dalla tribuna per salutare i tifosi sotto la curva a fine partita. Finché i suoi saluti saranno apparizioni, avremo un presidente dotato di aura mistica, ma un sogno sempre distante di grandeur.

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