Non sembra la squadra di un ricco imprenditore

Finchè stanchezza non ci separi

Nei suoi quindici mesi di presidenza italiana, Joey Saputo ha dovuto far fronte a numerosi imprevisti. Il primo: essersi ritrovato giocoforza azionista di maggioranza, dal 25% al 95%, dopo aver capito che Tacopina non avrebbe potuto finanziare il club a sufficienza. Il secondo: aver dovuto esonerare un presidente, due allenatori, e – questione di giorni – due direttori sportivi. Non pochi, cinque siluri in quindici mesi, senza contare i silenziosi avvicendamenti in consiglio d’amministrazione.
Tutto questo è avvenuto chiudendo il 2014/15 con 29 milioni di perdite e il 2015/16 con un rosso previsto attorno ai 31 milioni. Fanno dunque sessanta milioni in quindici mesi. Ecco il conto per aver visto soltanto tredici partite dal vivo della sua squadra: col Torino saranno quattordici, e sarà comunque un salasso da quattro milioni a gara.
Tuttavia in quindici mesi, oltre al progetto sullo stadio nuovo (che a sentire la voce del suo architetto Zavanella non potrà vedere avviati i lavori prima del 2017) Saputo non ha ancora mostrato il vero motivo del suo business, ammesso che lo stadio restaurato possa davvero essere definito una futura fabbrica di denaro. C’è da dubitarne, ma ci si spera. Per ora, insomma, o almeno per i mortali che rendicontano le perdite faraoniche del nostro, il Bologna è soltanto una grossa spesa, e tale rimarrà anche per il prossimo esercizio, e quasi certamente per quello dopo. Poco male, risponderebbe lui, paragonando gli investimenti italiani del primo triennio (circa 100 milioni, a spanne) a quello che gli sarebber costata una franchigia di football americano da mezzo miliardo di dollari.
In ogni caso, ci sono due soggetti che più di tutti hanno la responsabilità storica di non turbare le rare incursioni italiane del patron, quelle che poi servono (tra una visita al Papa e una cittadinanza onoraria ricevuta dal comune di Montelepre) a rinvigorire il suo entusiasmo e a rendere meno dolorosi gli esborsi: i due soggetti si chiamano dirigenza e attori politici. Alla prima, al reticolo fittissimo che s’è formato attorno al chairman, spetta dargli la sicurezza di essersi affidato a mani sagge, irreprensibili; ai secondi tocca invece la garanzia che le procedure sullo stadio nuovo avanzino senza intoppi. Come sempre, desiderare ciò che si ha già è la cosa più difficile.
 
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