Lo sforzo in più che è mancato

Lo sforzo in più che è mancato

Per mesi siamo stati educati, per colpa di una classifica fin troppo lampante, che questo campionato avesse emesso verdetti sia in testa che in coda. Era vero, ma forse ci sbagliavamo su un punto: e cioè che questa tendenza fosse immodificabile. La Roma, quattro punti sotto la Juventus, non sarebbe così distante dallo scudetto come s’è immaginato per un anno intero. E il Crotone dista dalla salvezza soltanto un pareggio. Dove sbagliavamo? A Bologna abbiamo sbagliato a considerare questa come la stagione della transizione necessaria, seguendo una immaginaria politica dei piccoli passi che, essenzialmente, è sorella della paura di creare aspettative e di disilluderle. Dopo sei giornate, ovvero il 15% del campionato, il Bologna aveva già messo da parte il 25% dei punti attuali. Da lì, raggiunto un settimo posto momentaneo, è stato un monotono basculare tra il 12° e il 16° posto.
Mai un tentativo di sovvertire questa tendenza, mai un appello al miglioramento concreto (per esempio: puntiamo al decimo posto), ma solo vaghi accenni alla crescita collettiva, che tutto vogliono dire, e niente. Soprattutto niente. Perché la crescita collettiva è il rifugium peccatorum dialettico di chi non può o non vuole accettare sfide più alte. Cresciamo tutti e non cresce nessuno. Soprattutto, non cresce lo spettacolo. Eppure, con due vittorie in più, due misere vittorie in questa stagione di mediocri rivali, oggi il Bologna sarebbe a un passo dal ricalcare un campionato simile a quello di Pioli e dei 51 punti, con l’allettante possibilità di giocarsi il sorpasso nell’ultima sfida con la Juventus. Ma questo Bologna non ha la forza per pensare minimamente di intralciare il cammino delle grandi, come accadde nel febbraio 2016, interrompendo – unica squadra in ventinove partite – la marcia di sole vittorie della Juventus. Bastava veramente poco per dare un sapore diverso. I destini di Roma e Crotone sono lì a ricordarcelo.

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