Mettiamoci ancora in coda al Chievo

Nelle undici volte in cui il Bologna s’è trovato a disputare, dal 2000 ad oggi, un campionato in compagnia del Chievo (10 volte in A, una in B), solo una volta i rossoblù hanno chiuso davanti ai veronesi. Capitò nel 2011-12, la stagione dei 51 punti di Stefano Pioli, dove ormai la locuzione “stagionedeicinquantunopunti” è diventata un’immagine d’antonomasia, che non ha più bisogno della specifica di paternità. Forse, però, occorrerà cambiare termine d’espressione, per riferirsi a quell’annata così anomala. Ecco, cominciamo quindi a dire: la stagione dei due punti davanti al Chievo, così non ci confonderemo più le idee. Anche perché pare proprio che il campionato corrente voglia confermare il solito epilogo. Il Chievo è là, nono a quarantuno punti, dove il Bologna alloggiava per distacco fino a poche giornate fa.
Chi va a spiegare a Saputo che il Chievo spende 17 milioni di euro negli stipendi (13 meno del Bologna) con un bacino di pubblico allo stadio che non sfiora nemmeno il 66% del Bologna? La maledizione Chievo è lì, utile a ricordare che non solo di soldi vive l’uomo e dunque nemmeno una società di calcio, che di uomini in fondo è fatta, dalla cima in già. E meno ce ne sono, possibilmente capaci, meglio è. Ancor più pernicioso dell’ennesimo sorpasso del Chievo, però, è quel senso di impotenza che grava sempre sul Bologna da marzo in poi: un’allergia al bello, una naturale predisposizione al dissolvimento, un’impagabile sete di accontentarsi che forse è nella natura intima di noi bolognesi, satolli quando vediamo che la nostra bottega va, invidiosi solo se quella del portico di fronte comincia a ingranare.
Ecco, l’atteggiamento diffuso verso Saputo è diventato di questa pasta infingarda: faccia quel che vuole, il miliardario, tanto i soldi li mette lui. E ancora: cacci pure Corvino, allestisca un acquario in piazza della Pace, copra il Dall’Ara, costruisca tre stadi nuovi. Tanto, il suo denaro avrà sempre più ragione di ogni altra obiezione, interna o esterna alla società. La paralisi però comincia proprio qui: quando l’istinto di sopravvivenza viene meno, quando l’abbraccio morbido di una sicurezza longeva intiepidisce gli spiriti, e la sensazione di aver già superato il peggio isterilisce la volontà.
Conditela con un allenatore che da due mesi non ha ancora usato l’indicativo futuro semplice per coniugarsi nella stessa frase con la squadra che allena; mischiate tutto con un direttore sportivo invitato implicitamente ad andarsene; spolverate con le sparute informazioni che Saputo è in grado di raccogliere di persona solo una volta al mese, per non più di 48-72 ore, quando viene in visita in Italia. E ancora crediamo che siano le tre sconfitte consecutive il nostro problema?
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