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Perché cedere Diawara non è un delitto

Due mesi fa chi scriveva che la cessione di Diawara sarebbe stata cosa certa si prendeva generosi insulti, in una sfumatura che viaggiava agilmente tra “visionario” e “sabotatore”. Oggi, chi ricorda che Diawara sarà ceduto è costretto non più a subire insolenze (forse è finito l’inventario disponibile) ma in compenso sente ripetere all’infinito la tediosa litania vittimistica del “ma allora dov’è il progetto?”.
Il progetto è proprio la vendita di Diawara. Comprare a poco, rivendere a molto, questa è la summa del Saputo imprenditore di calcio in Italia. Che piaccia o no, sarà così. E conviene che piaccia, se questo assicura la voglia di investire su infrastrutture più comode, che è il requisito minimo per godersi lo spettacolo a teatro. La grandezza del Bologna del futuro non passa da Diawara, ma dalla sua cessione e dalla cessione di quelli come lui, giocatori bravi ma non indispensabili, né a livello tecnico, né sul piano dell’immaginario collettivo.
Diawara non è e non sarà mai un simbolo: è l’intuizione geniale e isolata di un direttore sportivo, il prodotto di un imperialismo calcistico ancora fiorente, che strappa talenti in Africa e li impianta in Europa, l’operazione replicabile una, dieci, cento altre volte con altri gemelli di Diawara, a patto di conoscere le falde giuste. Diawara non è nato nel Bologna e nel Bologna non morirà. È una folata di denaro chiusa in una buona visione di gioco, la promessa di un bilancio meno sanguinoso dopo quattro-cinque assist, la moltiplicazione vertiginosa di un valore che da 800.000 euro è diventato 12 milioni, il 1500% in più.
Nessuno rimpiangerà a lungo le sue giocate, perché le sue giocate non hanno fatto in tempo né a fare né a promettere un’epoca. Tutti però sapranno, quando sarà ceduto, cosa significa essere in grado di fare calcio. È il Bologna che avrà da Diawara più di quello che lui avrà da Bologna.

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