È la Nord che te lo chiede, dai Bologna facci un... tiro

Sei gradi di separazione

Per soddisfare il mandato del tredicesimo posto, il Bologna sta seguendo un copione perfetto: battere la concorrenza diretta, concedendosi di perdere con le squadre ritenute da prima metà della classifica. Sei punti dopo tre giornate sono, nell’ordine: sei punti in più dell’anno scorso, il triplo del 2013/14 (19° posto e retrocessione), il doppio del 2012/13 (13° posto finale), il sestuplo del 2011/12 (9° posto finale). Nell’otto per cento del calendario, il Bologna ha già raccolto il sedici per cento di punti necessari per la salvezza. Contaminare il gaio momento con foschi pensieri non solo non ha senso, ma è uno sforzo inutile: semplicemente, non ce ne sono.
Da qui ai prossimi due anni, ci si può serenamente accomodare a osservare la crescita dei Verdi, dei Krejci, dei Di Francesco e aspettare che la società bandisca un nuovo ordine di obiettivi al rialzo, magari dal dodicesimo posto (seguendo l’annuale scansione di una posizione per volta) al decimo, o forse addirittura al settimo, come poi il Bologna era già abituato ad anelare quindici anni fa, in mezzo a lungimirantissime contestazioni al presidente Gazzoni Frascara. La Serie A di quest’anno non è più difficile né competitiva dell’anno scorso e il Bologna non ha una squadra più debole rispetto a 12 mesi fa.
Chi contestava la partenza di Diawara è stato rapidamente sbugiardato. Diawara, a 15 milioni (e pure a 12) andava venduto di slancio, con beneficio di tutte le parti in causa. Giaccherini, che era arrivato a Bologna con il dichiarato scopo di riguadagnare la Nazionale, una volta centrato l’obiettivo rischia di essere un calciatore svuotato del suo propellente più energico, oltreché – banalmente – un calciatore più anziano di un anno. Il vero enigma resta Mattia Destro, fondamentale pedina per otto-dieci partite l’anno, incognita nelle altre venticinque. Se la pedagogia di Donadoni funziona, con questo ritmo seriale di carezza-rimprovero, la stagione può dirsi compiuta.

Postilla a margine: gli incomprensibili striscioni contro la categoria giornalisti (che ormai tra Internet, carta, radio, web tv e volontariato vario, ha contorni così labili da sembrare il confine dell’Abcasia) ricordano tanto quelli che nel novembre 2010 inneggiavano al presidente Porcedda, biasimando la stampa criticona e ‘dissidente’. Sbagliati allora, sbagliati oggi. Nessuno ha sollevato eccezioni su Saputo, il cui mandato, bontà sua, è destinato a durare in saecula saeculorum. La calcolata sproporzione tra la presunta stampa avversa e il metodo della protesta è così palese che non si può fare a meno di sorriderne.

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Foto: Schicchi