Tanti auguri alle bandiere

Tanti auguri alle bandiere

Forse non aveva tutti i torti Alessandro Diamanti, quando in una celebre conferenza stampa (forse l’unica vera conferenza stampa di un calciatore rossoblù dell’ultimo quinquennio) disse che nel calcio non esistevano più bandiere. Sbagliò bersaglio, perché la frase era riferita a Totti. E per questo motivo fu punito severamente dalla Curva Sud pochi giorni dopo. Ma non sbagliò il contorno. Nel calcio di oggi non esistono più bandiere perché il terreno su cui dovrebbero essere piantate è fanghiglia, non terra buona. Il caso Masina, in questi giorni, lo sta dimostrando. Attorno a Masina, buon giocatore senza le stimmate del fenomeno, si è cercato di costruire una mitologia da predestinato: il riscatto biografico, le passioni per la buona lettura, l’aria più matura della sua età, l’auto comprata coi primi risparmi etc. etc. Ma il dato disarmante, al di là dei quadretti edificanti, è che Masina rientra in un momento storico in cui bastano 6-7 milioni (e che il Bologna ne chieda 10 al Siviglia cambia veramente poco) per portarlo via dal suo contesto. Di quali bandiere vogliamo parlare, se queste sono le cifre che servono per sradicarle?
Renato Dall’Ara – altri tempi, altra stoffa, altro calcio – rifiutò dall’Inter 350 milioni per il ventisettenne Pavinato, e due anni dopo festeggiò lo scudetto, ai danni dell’Inter, con Pavinato capitano. Quasi un ventennio prima, fu addirittura in grado di nascondere una clausola al Milan per evitare che Andreolo diventasse rossonero. Insomma, un tempo c’erano i presupposti per pensare di costruire una bandiera. Oggi, ammesso che esistano profili tecnici e morali di tal fatta, è matematicamente impossibile. Soprattutto qui a Bologna, dove il programma societario non è costruire bandiere, ma possibilmente monetizzarci sopra prima che sia troppo tardi. L’impressione è che capiterà così anche a Masina. Con buona pace di chi a Diamanti non vorrebbe mai dar ragione.

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