Tutti uniti per il progetto

Tutti uniti per il progetto

È vero: consultare il catalogo lombrosiano delle maschere facciali per interpretare l’umore con cui Destro è uscito dal campo mentre i compagni festeggiavano la vittoria non è in cima alle attività essenziali di questo campionato. Così come ancor meno essenziale sarebbe tornare sugli striscioni di qualche isolato tifoso contro la kasta dei giornalisti (si scrive così oggi, no?). Mi duole solo immaginare il tempo perso per tagliare la tela, comprare la vernice, trasportare il tutto, arrotolarlo di nuovo e riporlo chissà dove. La vita è breve, i giornal-isti/ai passano, ma anche gli striscioni non faranno una fine migliore. Ecco, con questa premessa vale ancor meno spingersi a ragionare sulla mancata condanna di quegli striscioni da parte dell’unico dirigente del Bologna che ha preso parola domenica. Non credo che Saputo, virtualmente interpellato sul tema, avrebbe risposto alla stessa maniera. Ma sono punti di vista (cit.). Quel che preoccupa è la distanza siderale tra la terra promessa del Progggettto (perché tre g is meglio che uan e la P maiuscola è d’ordinanza) e la realtà dei giorni nostri. Come avventisti del settimo giorno aspettiamo fiduciosi che tutto si compia, sprezzanti del presente, perché il vero regno dei cieli ancora ha da essere.
Entro sei-sette anni vedremo sorgere uno stadio coperto, uno o più centri commerciali, i negozi aperti la domenica, sciarpe in vendita ovunque, match day show prima-durante-e-dopo, entertainment diffuso, sky box, free drink, free bar, free sex (chissà), lunch box, lunch match, gift card e ogni ben di dio. Ma attenzione ad arrivarci con intatta la voglia di stupirsi. Perché più andiamo avanti e più la percezione che il Bologna stia perdendo l’occasione storica di differenziarsi dal calcio odierno – nello stile (che non è il colore del parquet della vip area) e nei contenuti (che non sono soltanto i novanta minuti domenicali) – si ingigantisce. E il sospetto prende corpo ogni volta che occasioni come quelle del silenzio stampa, degli striscioni e dei relativi commenti rinnovano la consunta retorica della società-contro-tutti, dei giornalisti cattivi, del mondo luciferino di fronte al quale chiudersi, dove chiudersi significa omologarsi, confezionare format per non correre rischi di fronte agli imprevisti. Questo, invece, i giornali nelle loro varie forme (cartacee e virtuali) lo fanno ancora, bene o male, a seconda dei momenti e degli interpreti. Se vogliamo un mondo senza mediatori tra il calcio e il suo pubblico residuo, alziamo la mano. Ma non è sicuro che il pallone, così, sopravvivrebbe più di qualche anno.

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