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Caro mister, i tifosi rossoblù non sono bambini esigenti

Caro mister, i tifosi rossoblù non sono bambini esigenti

Fermi tutti. Da qualche mese a questa parte il giochino sta lentamente iniziando a rompersi, e stanno spuntando alcune crepe nel rapporto tra la piazza rossoblù e la società. Forse è quindi arrivato il momento di mettere i puntini sulle i, prima che il piccolo masso che si è staccato diventi una valanga.
Analizzando quella che fino ad oggi è stata la stagione del Bologna, è innegabile che gli uomini di Donadoni si siano lasciati alle spalle tutte le squadre di pari livello o di qualità inferiore, e che abbiano davanti a loro soltanto formazioni che in estate erano partite con budget o ambizioni differenti. Per la prima volta dopo tanti anni, inoltre, i sostenitori hanno potuto assistere ad un evento più unico che raro: il no ad una big da parte di un calciatore felsineo. Il gran rifiuto di Verdi al Napoli, infatti, ha avuto l’effetto di un balsamo rigenerante sull’abbacchiata tifoseria rossoblù, già sicura di dover accompagnare il talento di Broni allo stesso binario da cui erano partiti Giaccherini e Diawara.
Nemmeno questo è però stato sufficiente, non questa volta. Una piazza da sempre docile, o almeno, una parte di essa, da qualche mese a questa parte sembra aver riscoperto uno spirito di contestazione, che nei riguardi del patron Saputo sembrava impossibile. Cosa è scattato, dunque? Bologna si è fisiologicamente abituata a navigare in acque tranquille, e proprio ora che la tempesta di stampo guaraldiano è alle spalle non si accontenta più di una stagione senza patemi? In parte, può essere. È possibile che, in proporzione, stia accadendo sotto le Due Torri quello che accade a Madrid quando Cristiano Ronaldo non segna per due partite consecutive. Abituarsi ad un certo standard è facile, e perché dalle tribune inizino a piovere bordate di fischi basta una flessione impercettibile.
Donadoni, però, non allena il Bologna da due giorni, bensì da tre anni. Il popolo di fede rossoblù ha trattenuto il fiato per tanto tempo prima di lasciarsi andare ad uno sfogo, e oggi è ingiusto trattare i tifosi come bambini esigenti che non sanno accontentarsi di ciò che gli viene regalato. La recente dichiarazione «non mi risulta che negli scorsi anni al Bologna si sia fatto del calcio champagne» è a dir poco rivedibile. Basarsi solamente su quanto prodotto nei campionati precedenti non produce alcuna crescita, e potenzialmente è un alibi a tempo indeterminato per il futuro.
Durante gli anni passati, a Bologna, non si faceva calcio champagne perché la situazione societaria era disastrosa, il livello della rosa non era lontanamente equiparabile a quello odierno e, dal 2014 al 2015, i rossoblù neanche militavano nella massima serie. Non c’erano le garanzie per parlare di progetti pluriennali, c’è stato addirittura un periodo per nulla lontano in cui la prospettiva di giocare un derby contro la Ceretolese non appariva poi così remota. Quel tempo, fortunatamente, è passato. Non si possono collocare la società e la squadra di oggi in quegli anni, e non si possono tenere gli occhi puntati sul futuro solo a convenienza.
Al terzo anno di Serie A sotto la stessa guida tecnica, è lecito aspettarsi di vedere scendere in campo una squadra con un’impronta ben definita e che punti a salire non solo un mezzo gradino alla volta, magari facendo anche un po’ divertire. Nessuna di queste cose si sta verificando: gli errori commessi in partita sono quasi sempre gli stessi (tanto che le dichiarazioni post gara sembrano un eterno copia e incolla), il gioco latita e la media tenuta dai felsinei è sempre quella di una sconfitta ogni due match disputati. C’è un po’ di differenza, tra le posate richieste della gente e le risposte ottenute dal palazzo. Ancora una volta, il popolo ha lamentato mancanza di pane ed è stato invitato a mangiare brioche.

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