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Cospargetevi il capo di cenere

Cospargetevi il capo di cenere

Mi soffermerò poco su Bologna-Genoa, partita che i felsinei hanno giocato bene e avrebbero meritato di vincere, se non fosse stato per le parate di Radu e un pizzico di sfortuna nel finale. La squadra ora c’è, esiste, dà sempre idea di essere sul pezzo e soprattutto non crolla nei secondi tempi, cose che con Filippo Inzaghi erano invece pura utopia. Sinisa Mihajlovic salverà i rossoblù, probabilmente con alti e bassi di classifica e di risultati ma alla fine, ne sono certo, l’obiettivo sarà raggiunto.
Vengo subito al punto e sarò volutamente polemico. Chi ha visto Mattia Destro come un giocatore finito, di calcio non capisce nulla. In questo Bologna, ma a maggior ragione in quello di Inzaghi, è e sarebbe stato un giocatore fondamentale per rimanere in Serie A. Con Mihajlovic perché, appunto, adesso c’è una squadra che se la gioca contro chiunque, con Pippo perché non far giocare il centravanti che più di tutti ha il gol addosso (anche più del pur prezioso Santander) era inconcepibile.
Ne ho sentite di ogni: «Destro è inutile e irritante», «Destro è finito da anni», «Destro è un ex giocatore», «se in questi ultimi anni il Bologna ha fatto male, la colpa è di Destro» e tante altre cazzate sparate a nastro. Se ci troviamo in questa situazione di classifica è anche per colpa di quei pochi – per fortuna – che invece di andare allo stadio sarebbe meglio frequentassero un ippodromo. Non è un episodio casuale la rete odierna contro il Genoa, la fotocopia di quella segnata al Cagliari nel dicembre 2017, ma l’espressione delle sue migliori qualità e il coronamento di una buona prestazione (resta anche un dubbio sul fallo fischiatogli da Rocchi poco prima dell’intervallo, mentre si stava involando verso la porta avversaria).
Ora non mi resta che copiare alcuni passaggi di un articolo che scrissi il 4 settembre 2018 per ripercorrere la reale esperienza di Mattia sotto le Due Torri. Prendetevi un minuto per rileggerli attentamente, se davvero volete arrivare al nocciolo della questione.

2015-2016 (27 presenze, 8 reti) – Mattia fa molta fatica ad inserirsi in quel Bologna, un po’ come tutta la squadra ad amalgamarsi, e infatti nelle prime 10 giornate di campionato le sconfitte sono ben 8. Decisivo l’arrivo in panchina di Roberto Donadoni per spezzare la maledizione: 3-0 all’Atalanta, il primo sigillo e la lunga corsa liberatoria sotto la Curva. Di quella stagione rammentiamo anche la doppietta rifilata al Napoli capolista, il gol dal dischetto alla Roma sotto il diluvio, poi il brutto infortunio rimediato nella sfida di San Siro contro l’Inter e stagione finita ai primi di marzo. Senza il pestone di Miranda, quegli 8 gol sarebbero presumibilmente stati di più.

2016-2017 (30 presenze, 11 reti) – Una lenta ripresa dall’infortunio, due doppiette contro Pescara e Udinese, il suo zampino con Atalanta, Sassuolo, Cagliari, Palermo, Inter e Sampdoria. Decisivo contro il Crotone. Eppure, quel suo fare ciondolante che in alcune circostanze lo rende avulso dalla manovra, a qualcuno iniziò a far storcere il naso. Un po’ di fischi, i primi dubbi da parte dello staff tecnico.

2017-2018 (26 presenze, 6 reti) – Come score la stagione peggiore, ma non per colpa sua. A bocciare Destro proprio nel momento migliore (4 centri in 8 partite) è Donadoni, che decide di panchinarlo ed escluderlo dai titolari senza un vero perché, inserendolo spesso e volentieri come rincalzo a pochissimi minuti dalla fine. Bocciatura, rapporti tesi, forse anche qualcosa di più, eppure una media gol importante (e pesante in positivo sulla classifica del Bologna) in relazione ai minuti giocati.

Questa è la storia di Mattia Destro sotto le Due Torri. Qualcuno si cosparga il capo di cenere.

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