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Cuore e inchiostro

Cuore e inchiostro

E così Pulgar ha deciso di fare fagotto e valicare l’Appennino. Non si comprende le reale motivazione, o forse sì, ma sicuramente non è dovuta ad un salto di qualità. Ebbene, io non piango. Buon giocatore, fresco titolare nella Nazionale cilena, vero, ma non destinato ad una carriera da fuoriclasse. E no, non è la favola della volpe con l’uva, pensavo lo stesso di Federico Di Francesco e Simone Verdi, con quest’ultimo che in rossoblù faceva la differenza ma che in una big è uno dei tanti. Forse il mio intuito, a forza di seguire il calcio e il Bologna, si deve essere affinato. Tornando a Pulgar, non c’è da strapparsi le vesti. Il ragazzo di Antofagasta è cresciuto parecchio ma insieme a tutta la squadra, un gruppo dove anche l’ultimo dei ‘dimenticati’ aveva trovato una sua precisa identità e mandava avanti un meccanismo che funzionava a dovere. Grazie soprattutto a Mihajlovic.
Dal piano tecnico mi sposto ora a quello umano: non si lascia così un allenatore che ti ha dato enorme fiducia e che ti stima moltissimo, peraltro mentre sta attraversando un periodo a dir poco difficile. Evidentemente la parola del suo agente Fernando Felicevich deve aver pesato più di quella di Sinisa. O magari, come mi fa notare un mio caro amico, «l’inchiostro gli ha intossicato il cuore». Ma attenzione, non è un inno all’odio nei confronti di Erick (né tantomeno un’invettiva contro i tatuaggi, sono il primo ad averne): i professionisti, lo sappiamo, sono così. Certo, gli Andersson che rifiutano la Juventus e i Nervo che fanno di Bologna una questione d’amore sono casi rari. Ora però viene il bello: confermarsi, ripetersi, dimostrare di essere il calciatore ammirato negli ultimi quattro mesi, non quello altalenante degli ultimi quattro anni.

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