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La nave dei sogni

Il Bologna è una barca alla deriva, con un armatore lontano 7.000 km che ha radiotelegrafato solo due volte negli ultimi sei mesi, promettendo interventi per riportarla in salvo. I tre ufficiali di bordo, che non hanno il minimo interesse a farla naufragare, stanno cercando di tenerla a galla con un equipaggio che si sta rivelando non all’altezza delle aspettative, almeno non per solcare questi mari. E chi aspetta la nave al porto che fa? Urla all’armatore – assente – di far calare la scialuppa ai tre ufficiali e di remare via, più lontano che possono, sulla prima isola deserta. La surreale escalation di contraddizioni è qui, in questo fuoco incrociato di accuse e richieste lunari.
Anziché chiedersi se questo armatore sia la persona adatta, al di là degli indubbi sforzi economici profusi, a tenere dritta questa ammiraglia, qui si pretende «l’allontanamento immediato» del terzo ufficiale (Di Vaio), quello che in questi quattro anni ha meno inciso nelle decisioni finali, e quello che – un dettaglio? – rappresenta l’ultimo brandello di identità e di legame col passato.
Ho in mente una conferenza stampa di Albano Guaraldi, datata febbraio 2014. Iniziò così (si può facilmente controllare su YouTube): «Ho commesso tantissimi errori in questi anni, il primo è stato quello della supponenza». Non ho mai sentito nulla di simile dall’attuale armatore. Anzi, ho sentito (pardon, letto) l’esatto contrario, ovvero il suo stupore «per il clima di perenne insoddisfazione» riguardo al suo programma, da lui stesso definito «l’unica via percorribile». Lasciando stare il dogmatismo di questa frase (perché dovrebbe essere l’unica via percorribile?), un armatore che da 7.000 km definisce insoddisfatto un pubblico che non vede una vittoria da tre mesi, e che ha visto perdere 68 partite su 133, come può non aver ancora accennato un gesto di vaga empatia verso la sua clientela? E la clientela, come può continuare a guardare il dito anziché la luna?

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