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Ritratto di Walter, la 'leggenda' che non ama il posto fisso

Ritratto di Walter, la ‘leggenda’ che non ama il posto fisso

Suo nonno Livio lavorava in una fornace di mattoni a Marsciano e nel 1964 (ricorda niente la data?) faceva già ascoltare al nipote di otto anni Tutto il calcio minuto per minuto alla radiolina. Milanista, il nonno, perché all’inizio degli anni Sessanta il Perugia stagnava ancora in terza serie, prima del miracoloso ciclo degli anni Settanta. Nel calore di quell’antro incandescente, dove si sfornavano i mattoni del boom edilizio, Walter Sabatini ha appreso le prime nozioni di pallone. E soprattutto la passione, che non l’avrebbe più mollato. Rivera è stato il suo primo idolo. Poi, quando il calcio è diventato una professione, anche le idolatrie si sono fatte più tenui. Centrocampista di ruolo, il nuovo coordinatore delle aree tecniche di Bologna e Montreal Impact ha raccolto più da dirigente che da calciatore. Colpa di un brutto infortunio allo zigomo che gli interruppe il decollo nel momento migliore (sarà quello il motivo del suo sguardo profondo e assente al tempo stesso, come accade nei primi piani in certi duelli western?). Vide anche la tragedia di Renato Curi a pochi passi di distanza, capendo troppo presto il confine tra vita e morte, che lui stesso ha attraversato, suo malgrado, sopravvivendo ad un infarto che lo stava mandando all’altro mondo: «Ero morto – furono le sue prime parole sull’episodio, pochi mesi fa ‒ ma non c’è un minuto in cui non pensi alle sigarette. Rinunciarvi è una tragedia, però ho un obbligo nei confronti della mia famiglia». E da oggi anche nei confronti dei tifosi rossoblù, che in lui vedono quella possibilità di grandeur fin qui smorzata da un prudenzialismo d’ordinanza.
«Walter è una leggenda», lo ha esaltato Joey Saputo nell’ultima conferenza stampa, tradendo il suo secondo innamoramento sportivo dopo quello per Pantaleo Corvino, che lo portò a dire: «Vengo a Bologna se viene pure lui», anche se poi sappiamo com’è andata a finire. Con Sabatini tutto dovrà essere diverso. Per forza. Perché stavolta non si può più sbagliare. Ma guai a fargli perdere la pazienza. Perché come tutti i grandi, Sabatini non ha mai lavorato col culto della poltrona e dello stipendio. Se c’è da dimettersi, se l’aria non gli piace più, se capisce che è meglio abbandonare la carrozza, lui lo fa senza indugi. Lo ha sempre fatto, litigando più o meno con tutti, sempre più fedele a sé stesso che al posto fisso o alla buonuscita. L’Inter di Suning gli è garbata dieci mesi. La Sampdoria di Ferrero poco di più. Con Gaucci e Lotito non ha mai avuto paura di scontrarsi. Da Zamparini si è dimesso senza colpo ferire. Eppure la sua bacheca sembra una hall of fame di plusvalenze e piedi buoni: Lichtsteiner, Muslera, e Radu alla Lazio; Pjanic, Benatia, Nainggolan e Lamela alla Roma; Pastore, Hernandez e Glik al Palermo. E si va solo a memoria, senza contare le scoperte della prima ora: Di Vaio e Nesta nelle giovanili della Lazio e Gattuso al Perugia, con Serse Cosmi allenatore. Ora c’è solo da aspettare le prossime intuizioni. La voglia c’è tutta. Altrimenti, c’è da starne certi, non lo avremmo visto nemmeno dipinto.

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