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Un uomo e il suo lavoro

Un uomo e il suo lavoro

Tra la sofferenza rimossa e quella esibita, i due estremi in cui si muove la nostra società del dolore, Sinisa Mihajlovic ha scelto la terza via: quella del lavoro. Nel suo presentarsi in panchina attraversando una selva di ‘nonostante’, ha infranto i due grandi vizi della contemporaneità in rapporto alla malattia: la sua negazione e la sua ostentazione. Chi si ammala, nel mondo di oggi, ha purtroppo solo due strumenti di comunicazione: nascondersi, sperando di poter riemergere, o uscire spavaldamente allo scoperto farcendo la propria drammatica esperienza di tutti gli ‘-ismi’ positivisti che la lingua italiana è in grado di sopportare. Arrivando al paradosso di voler considerare le malattie come opportunità. Ma le malattie, tutte, dal raffreddore alla leucemia, non sono opportunità. Sono invece quello che sono: ostacoli, spesso tragedie.
Mihajlovic ha invece dimostrato silenziosamente e con dignità suprema la potenza della terza strada, recandosi come avrebbe fatto ogni domenica al suo posto di lavoro. Non ha negato la malattia, perché il suo fisico ne denunciava tutte le ferite, ma non l’ha nemmeno brandita come clava per propalare ottimismo gratuito. Ha fatto quello che ha sempre fatto e, implicitamente, ha dichiarato che continuerà a farlo. Siamo noi, ansiosi nulla in cerca di significato, a doverci affannare dietro ogni gesto per ammantarlo di parole. Guardiamo in panchina quell’uomo, e pensiamo, come lui, a fare il nostro mestiere. Da domenica sera, trovare una scusa per evitare le nostre incombenze è diventato un po’ più difficile per tutti.

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Foto: Getty Images