Al settimo cielo

Il ricamo sontuoso del fantasista, il guizzo della giovane ala, la sponda del fuoriclasse al servizio dei compagni, il tocco vincente del gregario di lusso. E ancora, il graffio della pantera, un mix letale di velocità e potenza. Nei due gol segnati ieri pomeriggio alla Spal c’è (quasi) tutto il Bologna attuale. Quasi, appunto, perché all’interno dello splendido mosaico creato dai rossoblù nelle prime otto giornate di campionato trovano spazio anche la solidità difensiva (quinta miglior retroguardia della Serie A) e la compattezza generale. Senza dimenticare le scelte azzeccate e la gestione assennata di un allenatore che, oltre ad aver dato una precisa identità alla squadra, sembra anche aver ritrovato se stesso. C’è tanto di Roberto Donadoni in questo settimo posto tanto bello quanto inaspettato, specialmente viste le premesse andate in scena in una maledetta notte di metà agosto. Una notte che adesso appare incredibilmente lontana nel tempo, molto più di quanto non dica il calendario, e il merito è sia di un gruppo che ha saputo ricompattarsi senza mai abbassare la testa, sia di un tecnico che ha fatto tesoro dei propri errori e ha avuto l’umiltà di mettere in discussione alcune delle sue più radicate convinzioni.
Certo, rispetto a quell’infausto match contro il Cittadella c’è un Palacio in più a disposizione, mica poco. Campione vero, veterano che gioca a calcio con la gioia di un bambino e l’atletismo di un ventenne, vederlo all’opera con il pallone è come osservare un gatto divertirsi con un gomitolo. Classe immensa ma non solo, anche una capacità innata di essere leader e trascinatore, insieme al guerriero Poli il perfetto trait-d’union tra campo e panchina, punti di riferimento che mancavano come acqua nel deserto dopo l’addio di Dzemaili e considerata la fragilità fisica di Maietta. E intanto anche i ragazzi crescono, di settimana in settimana, di partita in partita, sul piano tecnico-tattico ma soprattutto su quello mentale e della personalità: da Helander a Pulgar, da Mbaye a Donsah, passando ovviamente per Verdi e Di Francesco, sono sempre di più i gioiellini che il Bologna può sfoggiare con orgoglio nella sua vetrina. In attesa dell’esplosione definitiva di Masina, dei primi gol di Petkovic e del recupero di Destro, i prossimi obiettivi da raggiungere a livello di singoli.
Tutto il resto è Joey Saputo. Il suo sorriso rassicurante, la sua lungimiranza, la sua fermezza mescolata ad un’impareggiabile signorilità. Il primo triennio sotto la presidenza del magnate italo-canadese si è chiuso all’insegna di un consiglio d’amministrazione più snello, di un progetto di restyling dello stadio Dall’Ara che avanza (a piccoli passi, perché siamo pur sempre in Italia, ma avanza) e di un appartamento acquistato vicino alle Due Torri. Tre successi consecutivi fanno apparire tutto ancora più bello, esaltano i pregi e cancellano i difetti, trasformano gli incubi in sogni e fanno riempire il carro dei vincitori. Ma non è questo il momento di prendersi delle rivincite o di riportare alla luce determinati giudizi un po’ troppo affrettati, ammesso che tutto ciò serva a qualcosa. Più semplicemente, sarebbe bene non dimenticare mai e poi mai l’incredibile fortuna capitata alla piazza calcistica felsinea sul finire del 2014.

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