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Con Orsolini non si retrocede

Non credo di essermelo sognato, ho solo 29 anni ma sono certo di aver vissuto un’epoca in cui i giocatori di classe, o come si suol dire ‘quelli con i piedi buoni’, andavano sempre in campo, in barba ai timori e ai tatticismi ossessivi. Ricordo però anche una frase, pronunciata nell’estate del 1997 da un allenatore a cui per ovvi motivi voglio un gran bene ma che non sono mai riuscito a capire fino in fondo: «Con Baggio si retrocede». Quella sentenza sparata da Renzo Ulivieri nelle orecchie dell’allora presidente rossoblù Giuseppe Gazzoni, che aveva appena acquistato il ‘Divin Codino’ dal Milan, l’ho sempre considerata l’inizio di una graduale transizione dal calcio del genio e della fantasia a quello dei muscoli e della strategia. Se addirittura Baggio viene messo in discussione, pensai, tanti auguri…
Da quel giorno ne è passata di acqua sotto i ponti, sia in Italia che a Bologna, e adesso nei bar (sempre meno, purtroppo) e sui social ci ritroviamo a discutere di una squadra decisamente meno forte e di un ragazzo che ha ancora tanto da dimostrare, Riccardo Orsolini. Un parallelo non può proprio esistere e infatti non è l’obiettivo di questo articolo, ma se una squadra quintultima in classifica e poco pericolosa in fase offensiva si permette di tenere in panchina il suo elemento più estroso e pericoloso per le difese avversarie (sì, lo ribadisco e lo sottoscrivo, perché Palacio fa storia a sé ma deve fare i conti con la carta d’identità) in nome di chissà quali schemi, allora è difficile stare zitti. Orsolini non è Baggio, non è neanche un trequartista e non porta il 10 sulla schiena, e io sono solo uno dei milioni di tecnici senza patentino che popolano lo Stivale, ma vista la situazione attuale – non disperata ma neppure rose e fiori, certamente non esaltante – sarei per dare subito una maglia a lui e a Skorupski, e solo dopo pensare agli altri nove.
Sì, lo ammetto, la penso come Massimiliano Allegri, che certo non è un mostro di simpatia e guida una squadra ancor meno simpatica, ma quando – sintetizzando – afferma: «Meno schemi, meno urla e più talento, il calcio è uno spettacolo e lo spettacolo lo fanno gli artisti», trova tutta la mia approvazione. Certo, per uno che allena Cristiano Ronaldo, Dybala, Bernardeschi, Pjanic e compagnia è più facile parlare, ma proprio per questo chi dispone di meno qualità non dovrebbe confinare quella poca che ha in panchina. Pur sapendo poi sfruttarla bene, perché va detto che Inzaghi ha spesso inserito il buon ‘Orso’ al momento giusto e lui gli ha sempre risposto con voglia, abnegazione, giocate importanti e anche un gol decisivo.
Se ho paura che il ragazzo (che peraltro è di proprietà della Juventus, qualcosa vorrà pur dire…), da titolare e con i riflettori puntati addosso, possa finire schiacciato dalla pressione e non rendere? Assolutamente no, anzi, ritengo che abbia la personalità giusta per emergere e risolvere diversi problemi al Bologna, sia da seconda punta che da mezzala in stile Brienza del primissimo Donadoni. Va bene puntare tutto o quasi sul fire and desire, considerando che per salvarsi servono pochi fronzoli e tanta fame, passi anche che il già citato numero 10 sia rimasto senza padrone (da buon nostalgico è una ferita ancora aperta), ma guai a pensare di poter fare totalmente a meno del talento, della tecnica e della fantasia. Persino nel freddo calcio di oggi, dove la gamba prevale sul piede e la razionalità sull’impulso, sarebbe un grosso errore.

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