Da Donadoni a Destro, dalle scelte della società alla depressione della piazza: i 10 problemi del Bologna

Da Donadoni a Destro, dalle scelte della società alla depressione della piazza: i 10 problemi del Bologna

Mancano ancora tre mesi al termine del campionato, ma il Bologna sembra già avviato verso l’ennesimo finale di stagione incolore, il terzo di fila dal ritorno in Serie A sotto la presidenza Saputo. Nella speranza che una classifica anonima rimanga il peggiore dei mali, e in questo senso saranno molto indicative le prossime tre gare contro Sassuolo, Genoa e Spal, ho cercato di isolare quelli che a mio avviso sono i dieci problemi principali che ormai da tempo affliggono il club rossoblù, dentro e fuori dal campo. Senza alcuna presunzione (perché non ho mai lavorato in una società sportiva professionistica, o segnato un gol in Serie A, o giocato una finale dei Mondiali), solo con tanto amore per questi colori e per il mio umile mestiere.

1) Roberto Donadoni − 42 sconfitte su 90 partite disputate in campionato sotto la sua gestione sono l’emblema di un tecnico che sotto le Due Torri non ha più nulla da dire (non solo in senso metaforico, considerando le sue dichiarazioni in fotocopia da mesi e mesi) e da dare, anzi, che già da tempo sta togliendo più di qualcosa alla squadra. Una squadra che, stagione dopo stagione, è stata ritoccata seguendo proprio le direttive di Donadoni. Il suo 4-3-3 che sbanda in difesa e non punge in avanti, con le ali a coprire le falle dei terzini e il centravanti abbandonato al suo destino, senza la capacità di imbastire una manovra degna di questo nome, sta condannando il Bologna al terzo anno di assoluta mediocrità. Sperando che anche stavolta la mediocrità sia sufficiente per salvarsi. Esonero? Neanche a parlarne. Evidentemente i precedenti legati a Diego Lopez (promozione in A messa a repentaglio) e Delio Rossi (un piede e mezzo in B dopo 8 k.o. nelle prime 10 di campionato) non hanno insegnato nulla.

2) Immobilismo societario − Sul campo il Bologna di Joey Saputo è un club perdente, lo dicono i numeri, ma sia al patron che alla dirigenza va bene così. Donadoni è intoccabile, anzi, gli è stato pure allungato il contratto, e in fondo è comprensibile. Sì, perché per quanto riguarda il rettangolo verde l’obiettivo della società è vivacchiare, mantenere la categoria e nulla più. Ed è un peccato, perché la squadra allestita ha certamente dei difetti ma non è così scarsa come questo allenatore la fa apparire. La speranza è che in futuro il Bologna possa ambire a traguardi più prestigiosi, come ad esempio uno stratosferico decimo posto (del resto sotto le Due Torri siamo pretenziosi e ci piace chiedere sempre la luna), ma almeno per il momento bisogna accontentarsi. Certo, un po’ di entusiasmo, di brio e di coraggio in più non guasterebbero, ma sono elementi che non sembrano abitare a Casteldebole, e purtroppo nemmeno a Montreal.

3) Rendimento recente − Nel vocabolario rossoblù non esiste la parola ‘continuità’. Come se non bastasse, nelle ultime 10 partite il Bologna ha conquistato la miseria di 7 punti, frutto di 2 vittorie e 1 pareggio. Esattamente come Spal, Verona e Benevento, ovvero le squadre in zona retrocessione, e meglio soltanto del Chievo, in crisi nera. Numeri che mettono un po’ di paura e che, uniti alle 6 sconfitte casalinghe incassate fin qui, non fanno ben sperare in vista dei prossimi due impegni contro Sassuolo (senza il fuoriclasse Palacio, squalificato al pari di Masina e Mbaye) e Genoa al Dall’Ara, decisivi per riportare la stagione sui binari della totale serenità. Fin qui i felsinei non hanno (quasi) mai steccato dinnanzi alle formazioni più indietro in classifica, un trend che nonostante tutti i problemi andrà assolutamente confermato, per non trasformare il derby del 3 marzo in casa della Spal in uno scontro salvezza.

4) Difesa debole e attacco sterile – In questo caso bisogna fare una distinzione. Da un lato la difesa, la 14^ della Serie A con 37 gol subiti, molto debole proprio sul piano dei singoli (portiere compreso, dispiace dirlo ma Mirante non è più quello di due anni fa), e qui nascono le uniche critiche che mi sento di muovere al d.s. Riccardo Bigon: contratti dorati a due onesti mestieranti come De Maio e Gonzalez, nessuna valida alternativa a Masina, cessione dell’unico centrale davvero affidabile (Maietta). Dall’altro lato l’attacco, il 12° del campionato con 29 reti all’attivo, che può vantare nomi di tutto rispetto come i già citati Palacio, Verdi (fermo per infortunio, attenuante che ora va concessa a Donadoni) e Destro, ma anche giovani interessanti quali Di Francesco, Orsolini e Avenatti. Eppure il Bologna è addirittura 18° nella classifica dei tiri totali (196) e ancora 12° in quella dei tiri in porta (120), sintesi numerica di un potenziale importante che non viene valorizzato e sfruttato a pieno dall’allenatore.

5) Giovani che non crescono − In casa Bologna la carretta la tirano i signori Rodrigo Palacio, 36 anni, Blerim Dzemaili, 31, e Andrea Poli, 28. E poi certo, Simone Verdi, che però con i suoi 25 anni non può essere considerato un bambino. Fatta eccezione per Erick Pulgar, che pur con qualche errore di troppo (ma alla sua età ci può stare) ha senza dubbio palesato dei miglioramenti, gli altri giovani rossoblù non hanno fatto passi avanti, anzi, forse ne hanno mosso qualcuno all’indietro (Adam Masina su tutti, ma è in buona compagnia). Sintomo che evidentemente molti di questi ragazzi sono stati sopravvalutati, ma anche che questo allenatore non ha favorito il loro percorso di crescita, bensì lo ha rallentato. Per informazioni chiedere a Gian Piero Gasperini, che non allena Messi e Cristiano Ronaldo ma Castagne, Cornelius, Cristante (il Milan lo aveva spedito al Benfica come un pacco postale), Hateboer e Mancini, tra gli altri.

6) Assenza di mentalità vincente e spirito da crocerossina − Non fate punti neanche a pagare? Non vincete da una vita? Siete in piena emergenza? La panchina del vostro allenatore traballa? I tifosi sono in subbuglio? Nessun problema, rivolgetevi al Bologna e tutti i vostri problemi spariranno in un battibaleno (se poi avete anche un tesserato in cerca del primo gol in Serie A, ancora meglio). È davvero incredibile, oltre che irritante, il modo in cui i rossoblù riescano a rivitalizzare ogni tipo di squadra in difficoltà, ultima della serie una piccola Inter reduce da 6 pareggi e 2 sconfitte nelle ultime 8 giornate. In situazioni del genere si dovrebbe azzannare la preda agonizzante con la stessa fame di un grande felino che non mangia da un mese, qui invece si tende a suturare le ferite degli avversari e a stringerli non in una morsa, ma in un tenero abbraccio. Chi di professione fa il calciatore, e viene lautamente pagato per farlo, al di là del suo valore dovrebbe innanzitutto tirare fuori gli attributi. Certo è che anche chi dovrebbe motivarli, questi calciatori, o battere i pugni sul tavolo dopo ogni figuraccia, non ha esattamente gli occhi della tigre.

7) Trend negativo contro le big – Il salto di qualità, questo sconosciuto. Ok il buon rendimento contro le medio-piccole, e ci mancherebbe solo che peggiorasse pure quello, ma al cospetto delle grandi il Bologna non riesce a cavare un ragno dal buco. Finora solo un pareggio, all’andata con l’Inter, poi una serie di sconfitte più o meno meritate e i sogni di gloria costantemente riposti nel cassetto. La crescita di un gruppo passa anche attraverso qualche risultato importante, prestigioso, inatteso, capace di infondere entusiasmo e fiducia in tutto l’ambiente. Purtroppo però le imprese, quelle che aiutano a sentirsi più forti, ad esaltarsi nei momenti felici e a nascondere (o addirittura cancellare) un po’ di problemi durante i periodi negativi, non sono nel DNA di capitan Mirante e compagni.

8) Mattia Destro − Sia chiaro, il problema non è il ragazzo in sé, ma la situazione che ancora una volta si è venuta a creare attorno a lui. Dopo un altro inizio di stagione difficile, il numero 10 sembrava essersi ripreso, come dimostrano le 5 reti realizzate (tutte fondamentali) da metà novembre ad oggi. Eppure, il ritorno al gol e una serie di prestazioni convincenti anche sul piano del temperamento non gli sono bastate per conquistare la piena fiducia di Donadoni, che appena può lo sostituisce (spesso in maniera discutibile) o gli preferisce qualcun altro, come avvenuto ieri sia prima che durante il match di San Siro. Destro era un problema, o meglio un enigma, quando non segnava e pareva un corpo estraneo alla squadra, ma paradossalmente lo è anche adesso dopo essersi ritrovato e aver aiutato il Bologna a conquistare punti pesanti. Se non è autolesionismo questo… «Bisogna vedere come si allena», potrebbe rispondere qualcuno. Io non l’ho mai visto allenarsi con le mani in tasca, e voi?

9) Convinzioni sbagliate – Ascolto Blerim Dzemaili al termine della partita di San Siro: «Abbiamo messo in difficoltà e avuto più possesso palla di una squadra importante come l’Inter, questo significa tanto. Non solo oggi, ma nelle ultime tre partite abbiamo sempre fatto bene, purtroppo raccogliendo meno di quanto avremmo meritato». Mi interrogo. L’Inter attuale, la stessa che ha pareggiato contro Spal e Crotone, orfana di Icardi, con quasi tutto il pubblico contro, può essere considerata una squadra importante? Avere più possesso palla porta punti? Contro il Napoli sì, almeno fino allo show di Mazzoleni, ma ieri e contro la Fiorentina (o comunque nel 60% abbondante delle partite dal ritorno in A ad oggi) il Bologna ha giocato bene? Lo scorso giovedì, in conferenza stampa, il club manager Marco Di Vaio aveva dichiarato: «Siamo sulla strada giusta». Dzemaili e Di Vaio (ma se ne potrebbero citare altri) non sono certo due novellini, quindi bisogna prendere atto del loro parere e rispettarlo. Se però sono davvero convinti di quello che hanno detto, allora c’è da preoccuparsi.

10) Ambiente depresso – I problemi appena elencati hanno finito col generare un ambiente depresso, rassegnato, ormai assuefatto alla mediocrità. L’entusiasmo che si respirava nei primi mesi della gestione Saputo è andato via via spegnendosi, fino ad azzerarsi quasi completamente. La piazza rossoblù non gode, ma si accontenta comunque. Perché a quest’ora il Bologna poteva essere morto e sepolto e invece Saputo lo ha salvato e gli ha restituito la dignità perduta, perché siamo pur sempre in Serie A e salvo cataclismi ci resteremo a lungo, perché la società è solida e il progetto di crescita è a medio-lungo termine. Tutto vero e tutto giusto, sia i tifosi che i giornalisti non devono mai dimenticarlo. Sì, però la felicità è un’altra cosa.

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