Deciso il futuro di Lappalainen: resterà agli Impact almeno fino a giugno 2020. Intanto Okwonkwo torna a Bologna

Donsah, Mbaye e Okwonkwo: l’Afrique c’est chic!

«La bella vita, l’Afrique c’est chic!», cantava Jovanotti nel 2011. E la danza sfrenata di Donsah dopo il gol segnato al Verona ha fatto risuonare nella mia mente proprio le note di quel brano, dedicato al continente nero e allo spirito libero dei suoi abitanti. In effetti la vita del Bologna è diventata molto più bella grazie alla vittoria ottenuta lunedì sera al Bentegodi, un mix di sofferenza ed esaltazione ben riassunto dalla contrapposizione fra le espressioni dei giocatori rossoblù a fine primo tempo e il loro ballo di gruppo dopo la rete del 3-2. E dietro al nono posto agguantato dalla squadra di Roberto Donadoni (poteva essere il settimo, i rimpianti post Crotone sono ancora vivi) c’è tanta Africa, a cominciare dall’esplosività di un giovane centrocampista arrivato da Accra, capitale del Ghana. Non lo sa nemmeno lui, Godfred, quanto è forte già ora e quanto forte potrà diventare, tra un appoggio sbagliato e un siluro all’angolino degno di un grande campione. Deve crescere, ha solo 21 anni, deve imparare a fare bene le cose semplici e trovare continuità di rendimento, cercando magari di rilasciare qualche intervista in meno, ma ogni volta che i suoi muscoli si muovono sul prato verde il Bologna sa di avere una spinta propulsiva assai maggiore.
E poi c’è il nigeriano Orji, che di cognome fa Okwonkwo e di professione l’attaccante, nato a Benin City nel 1998. Un ‘cinno’, insomma, ma che sa il fatto suo. Riccardo Bigon lo ha scovato nel Football College Abuja, l’academy fondata dal patron dello Spezia Gabriele Volpi, e lui ci ha messo poco per mostrare anche in Italia il suo talento. Che sostanzialmente consiste nel trafiggere i portieri avversari, Primavera o Serie A non fa troppa differenza: appena 76 minuti a sua disposizione (59 senza contare il tempo di recupero) e 2 gol decisivi, a Reggio Emilia per piegare il Sassuolo e al Verona per dare il là alla rimonta sull’Hellas. Ala o prima punta, buonissima tecnica, fisico importante e scatto da centometrista, la tentazione di definirlo fin da ora un crack è molto forte ma per il suo bene è meglio evitare il sensazionalismo e lasciarlo tranquillo. Il suo gesto di non esultare dopo l’incornata alle spalle di Nicolas, con il pallone raccolto e rimesso subito al centro del campo, è la prova che ci troviamo di fronte ad un ragazzo intelligente, che bada al sodo e non dimentica gli insegnamenti del proprio allenatore. Uno splendido segnale nell’ottica della sua maturazione, calcistica e non solo.
Per finire, senza dimenticare il prezioso contributo fornito dall’algerino Saphir Taider ogni volta che viene chiamato in causa, e nella speranza di poter presto commentare in modo positivo le gesta del maliano Cheick Keita, merita una menzione speciale Ibrahima Mbaye. Nato nel 1994 in Senegal, dentro e fuori dal rettangolo verde il difensore di scuola Inter dà già l’impressione di essere uomo, a dispetto dei suoi 23 anni. Professionista esemplare con un potenziale sconfinato, non solo come terzino ma anche come centrale, personalità e lucidità degne di un veterano, la gazzella di Guédiawaye, ha fatto enormi passi in avanti dalla famosa serata del 9 giugno 2015, vissuta col batticuore dai tifosi rossoblù soprattutto per colpa della sua goffa espulsione al 66’ del match di ritorno contro il Pescara, finale playoff che ha poi sancito la promozione in A dei felsinei. Viene impiegato ancora troppo poco in proporzione al suo talento e alla sua affidabilità, non si è ancora capito con esattezza il perché, ma quando la scelta del tecnico ricade su di lui si rivela sempre tra i migliori, esattamente come avvenuto due giorni fa in terra scaligera. Godfred, Orji e Ibrahima, la pelle nera a illuminare il cammino del Bologna… Eh sì, l’Afrique c’est chic!

© Riproduzione Riservata