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Doveva essere una favola, per ora è una barzelletta

«In campo si può vincere o perdere, ma l’importante è non dimenticare mai chi siamo: il Bologna ha fatto la storia del calcio». Una frase molto significativa che campeggia a caratteri cubitali sul sito della società, parole e musica di Joey Saputo. Comunque, premesso che in campo è sempre meglio vincere, il Bologna attuale si trova esattamente agli antipodi di queste parole: non rende onore ai gloriosi colori rossoblù e continua ad aggiungere pagine negative alla propria storia. Sembra l’ennesimo scherzo del destino, invece è tutto vero, quella che doveva essere una favola dopo i film dell’orrore di Sergio Porcedda e Albano Guaraldi è al momento una barzelletta, una di quelle che non fanno ridere.
Criticare il chairman italo-canadese, prendersela con lui, è pressoché impossibile, in primis perché il suo progetto, almeno sulla carta, è ambizioso, coraggioso e affascinante. Perché ha già investito oltre cento milioni di euro. Perché il centro tecnico di Casteldebole ora è di proprietà del club e perché il nuovo Dall’Ara sarà bellissimo. Perché avrà i suoi sacrosanti interessi ma è mosso da intenzioni lodevoli e da un sincero affetto nei confronti di una piazza che lo ha accolto come un messia. Perché è un uomo buono, forse troppo, speriamo non ingenuo. Il suo lavoro e i suoi sforzi per regalare un futuro roseo al Bologna sono encomiabili, ma con tutta la stima, la gratitudine e il rispetto possibili, un presente del genere non può più essere tollerato.
Come può un imprenditore del suo calibro, membro di una famiglia fra le più ricche e potenti del mondo, accettare che di fianco a figuracce e umiliazioni del genere compaia il suo cognome? Come fa a non rendersi conto, lui che è nel calcio da quasi venticinque anni (seppur in una realtà totalmente diversa come quella nordamericana), che non può esistere una simile distanza fra il lato sportivo e tutto ciò che gli ruota attorno? E se oltre ai tifosi, che intanto domenica diserteranno la trasferta di Reggio Emilia, iniziassero a scappare anche gli sponsor? Il bello è che nessuno qui sta chiedendo la luna, nessuno ha la pretesa di ritrovarsi in Europa League domani mattina, l’unico desiderio è quello di ammirare all’opera una squadra dignitosa negli interpreti, nel gioco e nel carattere, in attesa di poter lottare per traguardi più importanti. È vero, Roma non è stata costruita in un giorno, e tante idee che si sono poi rivelate straordinarie hanno dovuto fare i conti, in partenza, con un forte scetticismo, ma a tutto c’è un limite.
La rosa allestita per la stagione 2016-2017 non è solo debole, più debole di quella dell’anno scorso, da più parti colpevolmente sopravvalutata (anche dal sottoscritto, lo ammetto), ma i giocatori sembrano anche poco propensi alla lotta, al sacrificio, a gettare il cuore oltre l’ostacolo. Se persino la fedelissima Curva Andrea Costa ha iniziato a cantare: «Fuori le palle!», un motivo ci sarà. Salvo rare eccezioni, i giovani non danno il benché minimo segnale di crescita e se hanno talento lo tengono ben nascosto, mentre gli ‘anziani’ non sono affidabili come si auspicava, e al netto di infortuni e torti arbitrali il risultato è un sedicesimo posto con la miseria di ventotto punti. In sintesi, non si va in Serie B solamente perché ci sono Crotone, Palermo e Pescara, ma non esiste proprio nulla di cui andare fieri.
A gestire il suddetto gruppo c’è poi un allenatore che pare essersi totalmente smarrito. I nuvoloni neri apparsi sulla sua testa nella fase finale dello scorso campionato sono ricomparsi da circa un mese a questa parte, e non danno l’impressione di volersene andare. La bussola è stata smarrita in un cassetto pieno di fissazioni irritanti, strategie obsolete e scelte incomprensibili (almeno per noi giornalisti, che notoriamente di calcio non capiamo nulla), il tutto corredato da una scarsa presa, ormai evidente, sullo spogliatoio. La responsabilità non è soltanto di Roberto Donadoni, perché come detto il materiale che gli è stato messo a disposizione non è di qualità eccelsa e le sue richieste sono quasi sempre cadute nel vuoto, resta però molto forte la sensazione che si potesse e si possa ancora fare meglio di così. Se con lui o con un altro tecnico, lo deciderà la dirigenza.
La dirigenza, appunto, seduta alla tavola rotonda dove tutti sono amici e condividono tutto tenendosi per mano. Si è scelto di percorrere questa strada, e così l’accentratore Corvino (che pure ha commesso i suoi errori) è stato cacciato in favore del placido Bigon, ma le cose non sono affatto migliorate. Nonostante quello che molti pensano, puntare il dito contro qualcuno non è mai piacevole, specialmente quando in ballo si sono le sorti della propria squadra del cuore. Sarebbe meraviglioso se tutto filasse sempre per il verso giusto. Purtroppo non è questo il caso, e non ci si può esimere dal bocciare tutti, in tutti gli ambiti e le aree, quelle che peraltro nel Bologna si continuano spesso a sovrapporre in modo poco chiaro e forse controproducente. Bocciato chi doveva fare il mercato, sia in estate che in inverno. Bocciato chi doveva, insieme al mister, tenere alta la concentrazione e motivare a dovere la squadra. Bocciato chi doveva far capire chiaramente a Saputo che nel calcio italiano il rettangolo verde non può venire anni luce dopo le infrastrutture. E se è vero che il concetto di delega nelle proprietà nordamericane è piuttosto forte, con i patron che disegnano una strategia e la fanno eseguire ai dirigenti che lavorano per loro, qui i casi sono due: o la strategia fa acqua da tutte le parti, e allora il magnanimo Joey dovrebbe farsi due domande sulla stessa e sugli uomini che ha scelto per portarla avanti, o questi ultimi dovrebbero avere l’umiltà di recitare il mea culpa e magari fare un passo indietro. Se non dovesse accadere nulla di tutto ciò, bisognerebbe iniziare a preoccuparsi sul serio, non solo per il presente ma anche per il futuro.

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