Sempre e Comunque
shopping-bag 0
Items : 0
Subtotal : 0,00
View Cart Check Out

Giocatori, allenatore e dirigenza, le colpe vanno equamente suddivise

Ogni volta che si va ad analizzare la stagione 2015-2016 del Bologna è opportuno ricordarsi lo scenario apocalittico che si era presentato davanti ai nostri occhi dopo le prime dieci giornate, con appena due vittorie e ben dieci sconfitte sotto la gestione di Delio Rossi. Poi, a fine ottobre, l’arrivo di Donadoni, una straordinaria rimonta durata quasi quattro mesi ma anche tante energie fisiche e mentali spese per risalire dal terzultimo al nono posto. Nella fase centrale del campionato alcune squadre come Torino, Genoa, Empoli e Atalanta, le stesse che ora stanno nuovamente scavalcando i rossoblù in classifica, hanno vissuto una fase di forte appannamento, ma era normale e forse anche prevedibile che prima o poi le parti tornassero ad invertirsi.
Fatta questa premessa, doverosa e utilizzabile come parziale scusante per motivare la recente involuzione dei felsinei, al pari degli infortuni che da qualche settimana stanno falcidiando la rosa, è però impossibile non indignarsi quando si assiste a spettacoli mortificanti come quello di ieri pomeriggio al Dall’Ara, o come quello andato in scena il 4 aprile contro il Verona. Uno schifo, giusto per usare un francesismo. E ancora più avvilenti sono certe dichiarazioni di fine gara, della serie “la prestazione c’è stata” o “non gli abbiamo concesso nulla”. Un bel tacer non fu mai scritto. Di fronte a ventimila spettatori, tra cui molti bambini, chiamati allo stadio tra promozioni e iniziative varie, ma ancor peggio di fronte alla famiglia Saputo, che paga lautamente ogni singolo dipendente di questa società, ci si è accontentati di elemosinare un pareggio attraverso il più classico dei ‘volemose bene’, restando però a bocca asciutta per via di una variabile non prevista, un calcio di rigore più o meno dubbio assegnato dall’arbitro a pochi secondi dal termine. Ma tanto siamo già salvi. Sì, di fatto sì, però ancora no, con Carpi e Frosinone rispettivamente a sei e sette lunghezze di distanza.
Quando le cose vanno male non ha molto senso andare alla ricerca di un capro espiatorio sul quale riversare tutte le colpe, le responsabilità vanno equamente suddivise tra tutti i soggetti coinvolti. In campo ci vanno i giocatori, e sono loro in questo momento i primi ad aver tirato i remi in barca. Come detto pocanzi, il debito d’ossigeno è evidente, ma è altrettanto evidente come sia venuto meno quel mix di applicazione, orgoglio e cattiveria agonistica che avevamo ammirato fino alla partita contro la Juventus. Non si può essere leoni solo nelle sfide più prestigiose, come quella di lunedì scorso all’Olimpico o magari in quella che arriverà tra due giorni al San Paolo, bisogna esserlo anche contro le avversarie di livello pari o inferiore, specialmente tra le mura amiche. Certo, l’assenza di Destro è pesantissima, ma da sola non può nascondere gli errori e le mancanze di un gruppo che nelle ultime settimane ha fatto registrare un netto calo: gli elementi di qualità vivacchiano, i più esperti commettono ingenuità da ragazzini, i giovani hanno smesso di fornire vivacità e quel pizzico di sana incoscienza, mentre gli acquisti arrivati gennaio stanno dando poco o nulla. Non si pretende la luna, ma almeno un po’ più di voglia e di attenzione.
Al timone della nave c’è poi un allenatore molto bravo che però, dopo aver realizzato una sorta di miracolo, sta facendo fatica a tenere alta la concentrazione dei suoi ragazzi e a fornire loro le giuste motivazioni. Viene un po’ da sorridere, pensando a quanto era stato capace di fare l’anno passato in quel di Parma, dove capitan Lucarelli e compagni hanno continuato a sputare sangue fino all’ultima giornata nonostante il fallimento del club e la matematica retrocessione in Serie B, ma tant’è. Se lo smarrimento dei rossoblù derivi anche dalle dichiarazioni ondivaghe di Donadoni riguardo al suo futuro non possiamo dirlo con certezza, ma almeno da questo punto di vista nella conferenza stampa di ieri qualcosa si è mosso, con il tecnico bergamasco molto determinato nel dichiarare che presenterà presto al patron una lista con i suoi obiettivi di mercato e i nomi degli attuali giocatori da cui ripartire. Speriamo che il messaggio sia stato recepito e che l’intero spogliatoio inizi a svegliarsi.
Infine i dirigenti, che da un po’ tempo a questa parte sembrano concentrati più sulle loro questioni personali, tra lotte intestine e malumori vari, che sull’aspetto prettamente sportivo della situazione. La presenza del principale trait d’union tra squadra e società, Pantaleo Corvino, di fatto un separato in casa per i motivi che ormai tutti conosciamo, è venuta a mancare proprio nella fase più delicata del campionato, e le conseguenze si sono viste. L’assenza di un uomo di calcio con la sua esperienza e il suo carisma si sta facendo sentire, e se questa è una piccola anteprima di come le cose verranno gestite nel prossimo futuro, attraverso la tanto reclamizzata condivisione di scelte e obiettivi, con le aree operative e le competenze specifiche destinate a fondersi sempre di più, non c’è da essere troppo ottimisti. La verità è che anche in questo caso c’è parecchio da crescere e migliorare, per il bene del Bologna e per far sì che il progetto di rilancio del club non debba mai conoscere passi all’indietro o, ancora peggio, un vero e proprio ridimensionamento.

© Riproduzione Riservata