Helander:

Girano ancora le scatole, ma il Bologna regala tanti motivi per sorridere

Per analizzare il pareggio tra Bologna e Lazio maturato domenica pomeriggio a Roma si può partire dall’inizio, dalle numerose assenze che hanno costretto i rossoblù a cambiare pelle, senza però perdere la propria anima fatta di personalità, coraggio, idee chiare, compattezza e cuore. Mirante, Gastaldello, Krafth, Dzemaili, Krejci e Destro out, eppure i sostituti sono stati tutti all’altezza, con punte di eccellenza toccate da Superman Da Costa e applausi per Helander, Mbaye e Donsah. Tutto ciò sta a significare che l’intera rosa a disposizione di Donadoni è molto valida, che il gruppo è unito e che le difficoltà non spaventano, anche quando i crampi ti fanno urlare dal dolore e gli attaccanti avversari sbucano da tutte le parti. È troppo presto per dare giudizi o fare previsioni ma almeno per il momento, osservando la classifica e le prestazioni delle avversarie, si può affermare che otto squadre, forse addirittura dieci, non sembrano avere nulla in più del Bologna, anzi. Certo, con un centravanti che si reggesse in piedi e fosse in grado di far rifiatare i propri compagni tenendo palla, la partita dell’Olimpico l’avremmo vinta, ma come ben sapete questo tema è finito nell’Indice di quelli proibiti e non può essere toccato.
Considerando le tantissime occasioni da rete create ma non concretizzate dai biancocelesti, i felsinei non avrebbero meritato di vincere, come ha sottolineato con grande onestà e lucidità il club manager Di Vaio al termine del match. Resta comunque il fatto sta che a venti secondi dalla fine i tre punti sembravano cosa fatta, perché i portieri sono fatti per parare e i difensori per difendere, e se per una volta Helander si dimostra più preciso di Immobile anche sotto porta bisogna prendere e portare a casa, come si dice in questi casi. Peccato solo che proprio allo scadere un pallone che doveva essere calciato in tribuna con inaudita violenza sia rimasto a vagare nell’area piccola, aprendo la strada all’inserimento del carneade brasiliano Wallace e al suo tuffo che ha tratto in inganno arbitro e assistenti.
Sì, per analizzare Lazio-Bologna si può partire anche dalla fine, da quel rigore che ha lasciato tutti noi attoniti e pietrificati, come un bambino a cui viene strappata di mano una caramella poco prima di infilarsela in bocca. Senza voler esagerare con i rimproveri nei confronti di Masina e Oikonomou, perché nei periodi difficili le bastonate possono scatenare una reazione positiva ma talvolta affossare ancora di più, l’errore che viene in genere definito “la prendo io, la prendi tu” è qualcosa che in Serie A si fa fatica a digerire. Masina peraltro in seria difficoltà per tutto il secondo tempo, con Milinkovic-Savic lasciato sempre solo e Felipe Anderson a fare il bello e il cattivo tempo sulla corsia di destra laziale, e Oikonomou entrato a freddo dopo essere stato escluso dall’undici iniziale. Sono giovani e pure bravi, anche se in questo avvio di stagione stiano facendo di tutto per nascondere il loro talento, sicuramente rialzeranno la testa, ma almeno per ora qualche turno di riflessione in panchina potrebbe far bene ad entrambi.
Qualche settimana di stop, comunque, servirebbe anche a parecchi arbitri che ogni weekend commettono disastri incredibili sui campi di calcio italiani. A volte non solo o non tanto i direttori di gara, quanto i loro collaboratori, che invece di aiutarli si dimostrano completamente inutili o ancor peggio dannosi. È il caso ad esempio dei giudici di porta, come Mazzoleni, che domenica si trovava a due metri dal già citato Wallace e non si è accorto della sua plateale simulazione. Il Bologna come al solito tace e acconsente, atteggiamento molto educato, sportivo e signorile da un lato, ma anche rischioso dall’altro, perché così facendo si rischia di passare per quelli carini e coccolosi che non alzano mai la voce e accettano sempre tutto. Intanto però la lista dei torti si allunga, e aumentano i rimpianti per una classifica che, nonostante l’ottimo piazzamento attuale, avrebbe potuto essere ancora più bella.

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