Il Bologna e Donadoni, questione di rischi e di fischi

Il Bologna e Donadoni, questione di rischi e di fischi

Il Bologna pareggia contro la Roma, terza forza del campionato, e gran parte del pubblico fischia.
Il 31 di marzo. Dopo tre anni di gestione Donadoni.
Ho pensato: ben svegliati! Ma poi: un momento migliore per contestare non c’era?
Ad esempio dopo Bologna-Crotone 2-3, o dopo Bologna-Udinese 1-2. Ma si può tornare indietro a Bologna-Napoli 1-7 o a Bologna-Milan 0-1 in undici contro nove.
No, meglio non riaprire ferite così dolorose. Però.
Però quei fischi, in quel preciso frangente, avevano poco senso. E lo dice uno che vorrebbe vedere un altro allenatore sulla panchina rossoblù.
La squadra è questa, la sua identità e questa, il suo DNA è stato plasmato in questo modo.
Catenaccio e contropiede, per dirla in parole povere, forse estremizzando un po’.
Compattezza, corsa, intensità, sperando che non arrivi l’errore di un singolo a rovinare tutto. E poi palla in avanti, meglio se a Verdi o a Palacio, passando per Pulgar.
Destro, classico centravanti d’area che ha bisogno di rifornimenti e non di essere lasciato solo, è diventato l’emblema negativo. Un corpo estraneo all’ingranaggio che paga anche per colpe non sue.
Mi stupisco di chi si stupisce.
Genoa-Bologna 0-1 (Rossettini al 91’) del 12 dicembre 2015 è tanto diversa da Genoa-Bologna 0-1 (Palacio al 73’) del 30 settembre 2017?
Pura apnea, poi un calcio piazzato sfruttato alla grande o una ripartenza micidiale. Mica si fa peccato a vincere così.
Il problema è quando non si vince (46 volte su 100 gare ufficiali). Perché all’incirca lo spettacolo è sempre lo stesso, e solo i tre punti riescono a renderlo più dolce.
Non capisco i dirigenti del club ma in fondo li capisco. L’obiettivo è arrivare tra il decimo e il quindicesimo posto senza mai finire nella zona calda, Donadoni lo centra sempre.
Non li capisco perché questa rosa, costruita da loro, è migliore di quello che si vede ogni domenica, e non viene valorizzata abbastanza.
Li capisco perché c’è in ballo un contratto fino al 2019 a cifre importanti, e cambiare tanto per cambiare avrebbe poco senso.
Un conto è Gasperini, un altro De Zerbi o Nicola. Con tutto il rispetto. Anzi, a me questi due nomi piacciono pure, ma sarebbero comunque un azzardo.
Certo, non vanno poi dimenticati quei discorsi sui giovani da far crescere e sui tifosi da far divertire. E qui non ci siamo, non ci siamo proprio.
Pulgar e poco altro. Parecchi seggiolini vuoti al Dall’Ara.
Però il Bologna è in Serie A, con i conti a posto e uno splendido centro tecnico di proprietà, con una battaglia sui diritti TV vinta e una sul Dall’Ara che un passo per volta si avvia verso il lieto fine.
Ogni volta che ripenso al recente passato, dico grazie a Joey Saputo. E al dio del calcio per averlo messo sulla strada che conduce sotto le Due Torri.
Ma quel meraviglioso rettangolo verde, generatore di sogni, non può mai passare in secondo piano.
Adesso è questione di coraggio.
Il coraggio di Donadoni ‒ che da calciatore ha vinto tutto ma da allenatore non ha mai fatto il fatidico salto di qualità ‒ di mettere in discussione le sue granitiche certezze, provando a lavorare su qualcosa di diverso.
Oppure il coraggio del presidente e dei suoi collaboratori di lasciare la strada vecchia, sicura ma piuttosto monotona, per una nuova.
Mi viene in mente una frase tratta dal film Il mio amico Eric, pronunciata dallo stesso Cantona mentre ripensa ad alcune delle sue più celebri giocate: «Prima dovevo riuscire a sorprendere me stesso, accettare il rischio. Sai, dipende dai limiti che scegli di porti: giochi sul sicuro, nessun rischio».
Se Donadoni e/o il Bologna sceglieranno di non rischiare, lo accetteremo, sperando che Palacio rinnovi e che i soldi della probabile cessione di Verdi vengano reinvestiti al meglio.
Tra una salvezza e l’altra, però, società e mister dovranno accettare qualche fischio. Magari lanciato con un tempismo migliore.

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