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L'importanza di avere Fede

L’importanza di avere Fede

Acclamato dai tifosi più per simpatia che per reale conoscenza delle sue doti, con tanto di coro personalizzato sulla fiducia, la scorsa estate Federico Santander è sbarcato a Bologna tra lo scetticismo generale dei critici e qualche fastidiosa ironia di troppo, peraltro non supportata dai fatti. Grasso? Assolutamente no, semmai grosso, coriaceo, ma non per questo lento e legnoso. Lo cercava proprio così, la società rossoblù, il suo centravanti per il 3-5-2 di Pippo Inzaghi, un lottatore indomito in grado di porsi come punto di riferimento per la squadra e magari tagliare il traguardo della doppia cifra.
Per diversi mesi, ancor prima dell’apertura del mercato, fu un testa a testa con Nicolás Castillo, attaccante cileno ora in forza ai messicani del Club América, che alla fine venne ritenuto meno pronto per il salto in uno dei cinque principali campionato europei. E allora ecco ‘El Ropero’, paraguaiano classe 1991 con alle spalle varie esperienze tra il suo Paese (Guaraní), la Francia (Tolosa), l’Argentina (Racing e Tigre) e la Danimarca, dove si era messo in luce con la maglia del Copenaghen. A visionarlo sul posto, più e più volte, Marco Di Vaio e i suoi collaboratori, colpiti dalla capacità di questo ragazzone di caricarsi sulle spalle i compagni e condurli al successo, facendo quasi sempre la cosa giusta al momento giusto.
Il resto è storia nota, con i quasi 6,5 milioni sborsati dal patron Joey Saputo per acquistarlo (cifra anch’essa oggetto di animate discussioni) e una stagione fatta di 8 gol (di cui 7 decisivi ai fini del risultato finale) e 3 assist in 34 presenze (24 da titolare) tra Serie A e Coppa Italia, nonostante un fastidioso infortunio alla spalla rimediato a metà marzo contro il Cagliari. A valorizzare ulteriormente il suo esordio nel calcio italiano, comunque convincente, il fatto di aver segnato e permesso al Bologna di conquistare punti soprattutto nel girone d’andata, quando i felsinei facevano fatica anche solo ad entrare nell’area avversaria, figuriamoci a tirare in porta.
Dopo la gioia di San Siro sponda Inter, in quello che si rivelerà il match della svolta, parecchie domeniche trascorse in panchina sotto le gestione di Sinisa Mihajlovic, accettate senza mai una lamentela. Chi ha vissuto a stretto contatto con lui in quel di Casteldebole, lo descrive come un uomo di cuore e un professionista esemplare, uno che ha giocato la Champions e la Libertadores (timbrando spesso il cartellino) ma che non ha mai messo gli interessi e gli obiettivi personali davanti a quelli del gruppo. Una piccola grande ricompensa è arrivata nell’ultimo turno con la doppietta al Napoli (il secondo gol ricorda quello di Giroud in finale di Europa League: bello e difficile, non fortunoso), fondamentale per il decimo posto ma non per tornare a godersi gli applausi e i cori del Dall’Ara. Quelli c’erano già sulla fiducia e ci sono sempre stati, su Santander sia il Bologna che i suoi tifosi ci avevano visto giusto.

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