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La ‘protesta’ del Dall’Ara conta più del dito di Pulgar, Bologna è stanca di accontentarsi

Sotto la gestione di Roberto Donadoni, il Bologna ha rimediato 20 sconfitte su 46 partite di campionato giocate in casa. Allargando l’analisi a tutta l’era Saputo tra Serie A e Coppa Italia, i k.o. diventano 24 in 51 gare. Lo stesso patron, al termine della passata stagione, aveva dichiarato: «Ci è mancata un po’ di consistenza nel gioco, nel complesso pensavo di avere una squadra migliore di quello che invece abbiamo visto sul campo, mi aspettavo di più». A luglio mi ero dunque stupito del prolungamento contrattuale offerto al tecnico, e ora mi stupisco di chi rimane perplesso o addirittura storce il naso di fronte alla ‘protesta’ del Dall’Ara. Sì, perché tribuna e distinti hanno fischiato i giocatori durante e dopo la partita con il Sassuolo, mentre alcuni gruppi della Curva Andrea Costa sono rimasti in silenzio per i primi quindici minuti della ripresa e hanno poi invitato i rossoblù a tirare fuori gli attributi. Tutto molto civile e legittimo, tante altre piazze dovrebbero prendere esempio dalla correttezza e dall’educazione di Bologna.
C’è però chi pensa che quest’anno (ma il medesimo refrain si ascoltava anche dodici mesi fa) la squadra abbia giocato bene spesso e volentieri, raccogliendo meno di quanto meritato. Io le prestazioni davvero convincenti le conto sulle dita di una mano, ma forse di pallone capisco poco oppure ho un concetto totalmente diverso di bellezza e divertimento. Però, quando ad esempio sento elogiare la prestazione fornita a Milano sponda Inter, mi interrogo: o il livello di autostima di questi calciatori e di questi dirigenti è molto basso, e allora ne sono davvero convinti, oppure mentono sapendo di mentire. E lo dico spezzando una lancia in favore della società, che a mio avviso ha costruito una rosa competitiva per le prime dieci posizioni (certo, la difesa non è il massimo della vita…) ma che l’ha colpevolmente lasciata in mano all’allenatore sbagliato, accontentandosi di una crescita minima e di piazzamenti anonimi. La speranza è che da giugno si volti pagina e si cominci a scrivere una nuova storia, non si pretende con un finale europeo ma perlomeno con qualche sorriso in più.
Ah, dimenticavo il ditino di Erick Pulgar, visto che oggi si parla solo quasi esclusivamente di quello. In quanto tifoso, osservando i desolanti numeri fatti registrare fra le mura amiche dai felsinei negli ultimi tre anni, considerando che gran parte del Dall’Ara è ancora esposto alle intemperie (dopo il «famo ‘sto stadio» di Spalletti a Roma, dovremmo creare anche qui uno slogan ad hoc per spingere ulteriormente sul tasto restyling), e ben consapevole che nella vita ci sono cose più piacevoli che osservare il giro palla dei rossoblù, devo ammettere che non mi è piaciuto particolarmente. Però… Però Pulgar (come mostrato da lui stesso con una foto su Instagram), dopo aver esultato in quel modo, ha subito capito di aver esagerato e chiesto scusa al pubblico. Però indossa la maglia del Bologna, e quando il Bologna segna e vince io penso innanzitutto ad esultare.
C’è chi, in gergo prettamente scientifico, definirebbe la sua una ‘faccia da schiaffi’, ma è la faccia di un ragazzo che non si arrende mai, che a 24 anni non ha paura a prendersi delle responsabilità pesanti, che quando sbaglia trova sempre la forza di rialzarsi, magari un po’ troppo sicuro di sé ma senza dubbio generoso. E con i piedi molto più educati di quello che si pensava all’inizio della sua avventura sotto le Due Torri. Varie volte mi è capitato di parlare con Pantaleo Corvino riguardo Amadou Diawara, e l’ex direttore sportivo rossoblù mi ha spesso congedato con queste parole: «E vedrai che cosa diventerà Pulgar!». Come detto, forse di pallone capirò poco, ma anche per me Pulgar è destinato ad una carriera importante. Ci metto la mano, anzi, il dito sul fuoco.

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