Lo 'spezzatino' non basta più, la Serie A pronta ad una svolta epocale

È la Serie A peggiore di sempre?

C’era una volta la Serie A delle ‘sette sorelle’, dei fuoriclasse, della lotta per entrare nella parte sinistra della classifica, della quota salvezza a 40 punti. C’era una volta e oggi non c’è più, perché negli ultimi vent’anni il massimo campionato italiano ha conosciuto una progressiva crisi sul piano economico, gestionale e qualitativo da cui ancora fatica a riprendersi, anzi, quella a cui stiamo assistendo può tranquillamente essere annoverata fra le stagioni più misere nella storia del nostro calcio. Ogni sorella ha seguito una strada diversa, il punto in comune è che tutte si sono allontanate dalla più anziana, una Vecchia Signora che dopo aver superato una brutta crisi di mezza età è tornata ad essere troppo forte, potente e ingombrante per venire scalzata dal suo trono. Anche stavolta sarà così, o per meglio dire è già così, perché puoi essere una squadra solida come la Roma di Spalletti o dare spettacolo come il Napoli di Sarri, ma se non hai un DNA vincente non potrai mai competere per davvero, fino in fondo, contro quella macchina da punti e da trionfi chiamata Juventus. La più amata e la più odiata dagli italiani.
Discorso scudetto già chiuso, o forse mai neanche aperto, e allora rimangono solo le briciole fresche di un piazzamento Champions e quelle più rinsecchite dell’Europa League. Oltre ovviamente a quella sottospecie di torneo da bar in diretta televisiva che oggi viene chiamato TIM Cup, sempre che gli onnivori bianconeri non decidano di portarsi a casa pure quello. Nel gruppone delle inseguitrici ci sono anche l’Inter, in netta ripresa dopo l’arrivo in panchina di Stefano Pioli, la Lazio del giovane condottiero Simone Inzaghi e la sorprendente Atalanta del maestro Gasperini e dei tanti allievi di talento, senza dimenticare il buon lavoro svolto fin qui da Montella al Milan e l’abito elegante con cui Paulo Sousa ha vestito la Fiorentina. Ci sono vari ingredienti interessanti in questo calderone, ma anche delle vistose lacune che non permettono alle suddette formazioni di effettuare il fatidico salto di qualità e proporsi come una vera antagonista per il titolo.
Dall’ottavo posto in giù, il nulla o quasi, e tutto nasce dalla completa estinzione della lotta per non retrocedere. La Serie A 2016-2017 è una sorta di MLS americana senza playoff, con gran parte dei verdetti già emessi al termine del girone di andata e lo spettacolo pressoché azzerato, al pari delle ambizioni. Il fanalino di coda Pescara, che addirittura non ha mai vinto una partita sul campo, il Crotone, un gruppo di onesti mestieranti con il cuore grande e i piedi storti, e il Palermo, che fra giocatori sconosciuti e cambi di allenatore è ormai diventato una barzelletta, sono soltanto scadenti comparse su un palco fatiscente che non può più reggere il peso di venti attori. Ma guai a parlare di innovazioni e riforme al presidente della FIGC Carlo Tavecchio, e dunque la speranza è che le ormai prossime votazioni per la massima carica della Federcalcio, al pari di quelle che si svolgeranno in Lega, possano togliere di mezzo un po’ di vecchiume e portare finalmente a qualche cambiamento in positivo. Come cantava John Lennon in ‘Imagine’: «You may say I’m a dreamer, but I’m not the only one».
Tornando alla classifica, non c’è da stupirsi se squadre come Sampdoria, Chievo, Udinese, Sassuolo, Bologna, Cagliari e Genoa, pur con i loro evidenti limiti, procedano a corrente alternata, non avendo obiettivi che vadano al di là alla decima piazza. Perdere e fare brutte figure non fa mai piacere a nessuno, ci mancherebbe, ma già da svariate domeniche assistiamo a quelle che di fatto sono gare amichevoli con in palio tre punti, oltre che ad un noioso scambio di posizioni che alla fine sarà utile solo per le statistiche. Leggermente fuori dal discorso il Torino del sergente Mihajlovic, che forse in cuor suo nutre ancora qualche timida velleità europea, e l’Empoli, che nonostante un ottimo margine di otto lunghezze sulle derelitte rimane comunque la più pericolante della zona centrale, ma poco cambia. Non cambia la pochezza di una competizione che anno dopo anno ha perso smalto e fascino, campioni e divertimento, serietà e credibilità. Senza voler aprire il capitolo stadi, un vero e proprio vaso di Pandora, un’ulteriore testimonianza di questo avvilente declino arriva anche dai nostri arbitri, un tempo considerati fra i migliori al mondo e oggi capaci quasi esclusivamente di generare polemiche con sviste ed errori degni dei peggiori tornei amatoriali. C’è un disperato bisogno della VAR ma ancor prima del varo di una nuova Serie A, più snella e moderna, più equilibrata e avvincente, più bella da vedere sotto ogni aspetto, come avvenne nel 1992 in Inghilterra con la nascita della Premier League. Per non rimanere eternamente schiavi dei ricordi ma soprattutto di un presente troppo mediocre per essere vero.

© Riproduzione Riservata – Disponibile anche in edicola sul mensile Bologna Rossoblù Magazine di febbraio