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Ma domenica il Bologna gioca a Verona o a Foggia?

Ma domenica il Bologna gioca a Verona o a Foggia?

Una premessa: un conto è il tifoso, un altro il giornalista. Chi è chiamato a scrivere della propria squadra del cuore affronta un compito arduo, perché talvolta restare lucidi e ragionare solo con la testa non è semplice, perché in qualche modo si vorrebbero accontentare tutti i propri fratelli di fede calcistica. Ma informare non significa dire alle persone ciò che le persone vogliono sentirsi dire, significa attenersi alla realtà dei fatti e andare sempre alla ricerca della verità, che sia dolce o amara. E fare opinione richiede di tenere a bada la pancia in favore dell’equilibrio. In medio stat virtus, diceva qualcuno, e secondo me aveva ragione.
Nelle ore successive a Bologna-Atalanta si è scatenato il finimondo, ho letto e ascoltato cose che mi hanno scombussolato il cervello e, lo ammetto, anche fatto girare molto le palle (perdonate il francesismo). Sentenze lanciate come bombe a mano verso la trincea opposta, e chi la spara più grossa vince, perché ormai sotto le Due Torri conta il predominio territoriale, conta avere ragione. La squadra, a seconda del risultato, diventa uno strumento utilizzato per affermare il proprio potere, si attende il fischio finale dell’arbitro solo per poter finalmente ricominciare a scannarsi. Triste, davvero.
E allora, nel regno dove non esistono sfumature intermedie tra il bianco e il nero, vale tutto. Le colpe delle tre mediocri stagioni precedenti ricadono come per magia su Filippo Inzaghi (che l’anno scorso allenava il Venezia) e sui suoi ragazzi (molti dei quali sono arrivati in estate). In pratica il Bologna attuale deve fare schifo per forza. Del resto è partito male, ci ha messo troppo tempo ad amalgamarsi, e qui di tempo da perdere non ne abbiamo perché sennò le bombe ci scoppiano in mano, dunque meglio bollare già il tecnico e l’intera rosa come scadenti. In alcuni casi, ad esempio il ‘ciccione’ Santander, il ‘bimbetto’ Calabresi e il ‘sopravvalutato’ Svanberg, non si è aspettato nemmeno l’inizio del campionato per procedere.
L’Atalanta, pur facendosi preferire sul piano del possesso palla (42%-58% alla fine, non proprio una Caporetto) si diverte poco e sbatte contro il muro eretto da una formazione compatta, corta, ordinata, rapida nel ripartire per poi rendersi pericolosa in avanti, e nella ripresa solo grazie a due svirgolate? Niente, sul prato del Dall’Ara c’era il Barcellona dell’era Guardiola e cosa potevano fare quei disgraziati in maglia rossoblù, se non soccombere? Io credo invece che il Bologna di Inzaghi stia trovando la sua identità, quella di una squadra generosa, con gli attributi ma anche con le idee chiare, che certo non esalterà i palati sopraffini (per loro c’è il Sassuolo di De Zerbi, fermato sul 2-2 al Mapei Stadium) ma ci mette l’anima e vende cara la pelle. La fotografia perfetta? Il già citato Calabresi che recupera due palloni di fila sulla corsia di destra, ringhiando sul suo avversario, e i tifosi nei Distinti che si alzano tutti in piedi per applaudirlo.
Certo, anche il più inguaribile degli ottimisti non può ignorare il filo conduttore che lega gli ultimi quattro anni, ovvero gli errori commessi da questa proprietà (che dal ritorno in A ha perso 64 partite su 125, un’enormità) e da questa dirigenza relativamente alla gestione sportiva, che hanno quasi azzerato l’entusiasmo generato dalla promozione nella massima serie e portato il club a peggiorare progressivamente il proprio rendimento (42, 41, 39), accontentandosi di salvezze mediocri, piatte, insapori. Tali numeri, uniti ai vari record negativi, all’attuale media punti di 0,82 e ad una classifica traballante, disegnano un quadro piuttosto negativo, ma se c’è una lancia che mi sento di spezzare in favore della società è proprio quella di aver provato, la scorsa estate, a cambiare finalmente rotta, addentrandosi in un territorio pieno di rischi ma fatto di passione, freschezza, elettricità, grinta, amor proprio. Fire and desire, appunto, elementi che se n’erano andati a metà 2015 insieme a Joe Tacopina.
Concordo con le recenti dichiarazioni di Claudio Fenucci, che ha parlato di una squadra in crescita. Non poteva dire altrimenti, ovvio, ma penso sia la verità. L’allenatore (giovane ma carismatico, un po’ inesperto ma scaltro) è sempre sul pezzo e il gruppo lo segue, Santander (simbolo perfetto, insieme a Pippo, di questo nuovo corso) e compagni sono vivi e lottano come leoni, le ultime prestazioni sono incoraggianti. La speranza è di ritrovarsi a gennaio e rendersi conto che per salvarsi serenamente non serve una rivoluzione ma magari solo quel famoso numero 10, anzi, per caratteristiche più un ‘9 e mezzo’ (simile a Palacio ma più giovane), capace di dare manforte al ‘Ropero’ e aggiungere anche l’ingrediente fantasy ai due già presenti.
Alle porte, però, c’è una partita contro il Chievo che in caso di sconfitta (ma forse anche di pareggio) potrebbe spazzare via le mie parole come una raffica di vento gelido. Lo stesso Fenucci non ha voluto definire il match di Verona uno spareggio, e qui non mi trova d’accordo. Purtroppo lo è, senza ombra di dubbio, o quantomeno è il primo enorme crocevia della stagione rossoblù. Bisogna vincere e possibilmente anche convincere, dando un ulteriore segnale di essere sulla strada giusta e affrontando poi la sosta con ritrovata serenità. In caso contrario… Non voglio pensarci, non adesso. Mi sono schierato con il Bologna di Inzaghi fin dal ritiro di Pinzolo, i miei articoli stanno lì a testimoniarlo, e non gli volto le spalle nel momento più complicato. Si chiama coerenza, e permettetemi di andarne fiero, anche se alla fine i fatti non mi daranno ragione (spero di no, per il bene della squadra).
Per i paladini della critica distruttiva, per i maestri del fuoco amico, per coloro che vedono sempre e comunque il bicchiere mezzo vuoto, c’è invece la possibilità di fare ricorso al TAR del Lazio e chiedere già ora l’ammissione alla Serie B, ancora ‘zoppa’ a 19. Domenica un bel viaggetto a Foggia per iniziare a sistemare il calendario, tre punti (forse, perché Iemmello e Galano noi non li abbiamo, e attenzione al grande ex Rizzo) e tutti felici. Battute a parte, è sacrosanto pretendere che uno dei club più blasonati d’Italia non si accontenti dell’anonimato, che sia ambizioso, che punti a tornare protagonista, e guai a sottovalutare i problemi e i campanelli d’allarme. Come si suol dire, prevenire è meglio che curare. Ma il disfattismo perenne e le guerre ad oltranza, fidatevi, non sono una buona medicina.

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