Rassegna stampa 17/07/2017

Una mentalità da cambiare il prima possibile

Soddisfatti. Sconfitti, ancora inchiodati a 35 punti, ma soddisfatti per una partita gagliarda contro la squadra rivelazione del campionato. Si sono sentiti così i tifosi del Bologna, o quantomeno la stragrande maggioranza di essi, dopo il 3-2 rimediato dai rossoblù a Bergamo. Sabato sera, al triplice fischio finale dell’arbitro Russo di Nola (a proposito, uno dei peggiori in circolazione), anche io, che per lavoro sono chiamato a mantenere un certo equilibrio fra testa e cuore, mi sono detto: «Bella prova dei ragazzi, meritavamo di più». E l’ho pure scritto. La soddisfazione, però, è durata poco, lasciando ben presto spazio prima all’amarezza e poi alla rabbia.
Quando si vede il Bologna giocare così un match ogni sette-otto, all’incirca, cosa bisogna pensare? Che la rosa è mediocre? Che l’allenatore ha commesso alcuni errori? Che la dirigenza non è in grado di toccare le corde giuste? O più semplicemente un mix di tutto ciò, fra prestazioni avvilenti, immobilismo tattico e discorsi sullo champagne in caso di salvezza. Aggiungiamoci anche la piazza, che ha questa innata capacità di accontentarsi di poco. E non si parla del progetto pluriennale di Saputo, che deve svilupparsi per gradi, ma di campo, solo di campo. Abbiamo asfaltato il Chievo, mamma mia! Abbiamo dato filo da torcere all’Atalanta, che bravi! Destro ha segnato un gol, fantastico! E intanto, quasi inconsciamente, l’asticella delle ambizioni si abbassa sempre di più.
Bisogna comunque ammettere che tifare per questa squadra (e forse anche gestirla, ma noi non viviamo dentro Casteldebole) non è facile. Se gli si resta accanto, azzerando la pressione in favore di un affetto incondizionato, allora non ci sono stimoli e i remi vengono tirati in barca già a febbraio. Se invece ci si incazza e si inizia ad essere più esigenti, allora si viene tacciati di mettere troppa pressione sui ragazzi e di non avere la pazienza di far crescere questo gruppo con calma. Risultato, appunto, 35 miseri punti e quindicesimo posto in classifica. «Ringraziare, a quest’ora in altre annate eravamo con l’acqua alla gola», replica qualcuno. E quindi? Da 0 a 100 non ci si arriva in un giorno, è bello non essere più a 0 ma in attesa di lottare per traguardi più ambiziosi non si può sostare troppo a lungo sulla casella del 20, si deve salire a 30, poi a 40, poi a 50 e così via.
Pretendere di più non significa essere irriconoscenti o rompiscatole, non è qualcosa di negativo, è solo un modo un po’ perentorio per prendere coscienza del proprio valore e trovare sempre e comunque la voglia di migliorarsi. Abbiamo asfaltato il Chievo grazie ad un ottimo secondo tempo? Andiamo a Firenze, tiriamo fuori gli attributi e proviamo a vincere. Abbiamo dato filo da torcere all’Atalanta? Chissenefrega di quanto dista il Crotone, battiamo Udinese, Empoli e Pescara e andiamo a riprendere chi ci sta davanti. Destro ha segnato un gol? Dev’essere la regola, non l’eccezione, almeno per chi lo ritiene un ottimo centravanti: solo chi è considerato forte viene pungolato a dare sempre di più. È una questione di mentalità, una crescita che deve avvenire a tutti i livelli e in tutti i settori. Prima ancora che con i soldi, è soprattutto con la testa che si ritorna grandi.

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Foto: bolognafc.it