emanuele giaccherini

Pazienza e fiducia, ma dalla società servono due segnali forti: Diawara e Giaccherini

Sono di domenica scorsa le dichiarazioni del patron del Sassuolo Giorgio Squinzi, che sulle ali dell’entusiasmo per gli ottimi risultati raggiunti di recente dal suo club si è lasciato andare a proclami di alto livello: «Quest’anno l’obiettivo era l’Europa League ma l’anno prossimo sarà la Champions. Deciderà Di Francesco come arrivarci, se vincendo proprio l’Europa League o arrivando terzi in campionato». Se i neroverdi riusciranno o meno a compiere una nuova straordinaria impresa sarà il campo a dircelo, nel frattempo però è doveroso fare i complimenti ad una società che con serietà e programmazione è passata nel giro di tre campionati dal diciassettesimo al sesto posto in Serie A.
Inutile nascondersi, al posto del piccolo Sassuolo, con una tifoseria ancora tutta da costruire e una storia calcistica pressoché inesistente, vorremmo tanto esserci noi. Siamo invidiosi, ammettiamolo. Più che altro dei loro traguardi, perché un presidente ricco con un progetto serio ora lo abbiamo anche noi. Ecco, appunto. Premesso che il magnanimo Joey ha messo le mani (e il portafoglio) su una sorta di disastro nucleare generato da Albano Guaraldi e compagnia, e che non tutti i 100 milioni di euro paventati al tempo del suo insediamento nel 2014 si intendevano suddivisi su più aree, non solo sul mercato, è comprensibile che dopo tanti schiaffi e umiliazioni la piazza abbia iniziato a sognare. Forse anche oltre il consentito.
C’è uno stadio da ristrutturare, un centro tecnico da ampliare, un fatturato da aumentare anno dopo anno, per non dover dipendere esclusivamente dalle tasche del presidente, seppur gonfie e generose. Prima ancora della crescita deve arrivare una definitiva stabilizzazione, sia a livello finanziario che sportivo, la costruzione di una base solida sulla quale aggiungere un piano per volta secondo uno schema ben preciso. Serve pazienza, insomma, senza buttare troppo l’occhio dalle parti del Mapei Stadium, consapevoli del futuro luminoso che attende il club.
Molto probabilmente tra luglio e agosto non ci saranno altri colpi a sensazione in stile Destro, non arriverà il classico regalo per far esplodere l’entusiasmo e la quota degli abbonamenti. E bisognerà farsene una ragione, sapendo che la rosa attualmente a disposizione di Donadoni ha già di per sé dei margini di miglioramento notevoli, soprattutto considerando che inizierà a lavorare a ranghi quasi completi fin dal ritiro di Castelrotto. Un segnale forte, però, la società dovrà darlo. Anzi, due.
Il primo: trattenere Diawara, perché con tutto il rispetto per la logica del step by step e dell’oculatezza, se al timone della nave hai una delle famiglie più ricche e potenti del mondo non puoi ridurti fin da subito a cedere i tuoi migliori talenti alle cosiddette ‘grandi’. Amadou deve restare a Bologna, maturare a Bologna, aumentare il suo valore a Bologna, riportare in alto il Bologna. Poi, più avanti, ne riparleremo.
Il secondo: riscattare Giaccherini. Perché sotto le Due Torri sta bene, perché ci ha fatto divertire, perché è un giocatore che riesce ad unire talento e duttilità come pochi altri, perché può essere l’uomo di qualità e carisma in grado di ripercorrere le orme di Signori e Di Vaio. Non ci si nasconda dietro alla sparata iniziale del Sunderland, e nemmeno dietro al divorzio con Pantaleo Corvino, storicamente in ottimi rapporti con il suo agente Furio Valcareggi. Si tratti ad oltranza, si faccia uno sforzo, si concluda. I tifosi non stanno chiedendo la luna, ma semplicemente che il cielo rossoblù non venga privato delle sue stelle più lucenti.

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