Sono stanco, capo

Rassegnazione

Sulla stagione 2016-2017 del Bologna è già stato detto di tutto e di più, è già stata tentata ogni tipo di analisi, è già stato sprigionato ogni tipo di sentimento. Ripetersi è persino stancante per chi scrive e diventa noioso per chi legge, e poi guai ad esagerare con le critiche verso l’ambiente rossoblù o si rischia di venir etichettati come infami. Perché ormai sembra che il giornalismo debba essere questo, dire alla gente ciò che la gente vuole sentirsi dire, e non come stanno realmente le cose. Ma non funziona così.
Oggi comunque le opinioni non servono, è sufficiente far parlare i numeri, quelli che raccontano di 17 sconfitte (diciassette, in lettere fa ancora più effetto), con 36 gol fatti e 52 subiti, e di un avvilente quindicesimo posto in classifica che con ogni probabilità rimarrà tale. Quest’anno di calcio giocato come si deve ne abbiamo visto poco, di grinta, attributi e attaccamento alla maglia ancora meno, la crescita dei giovani deve ancora iniziare e chissà se mai inizierà, l’allenatore è cupo e la dirigenza, al 7 di maggio, ancora non ha capito perché la tensione e le motivazioni dei giocatori non sono sempre al massimo. Al 7 di maggio. Auguri.
Brutto gufaccio pessimista, direte voi, vedi tutto nero! No, in realtà non è tutto nero, perché da due anni e mezzo il club è nelle mani di un imprenditore ricco e ambizioso, che con serietà e raziocinio sta costruendo una cornice solida e affascinante per proteggere e valorizzare un quadro che però, al momento, è solo un miscuglio di tonalità grigiastre. Grigio, come il cielo di Empoli che ha scaricato litri di acqua sulla testa di 800 poveri tifosi felsinei che già si erano dovuti sorbire la visione di uno spettacolo non degno di un campionato professionistico.
Adesso arriveranno i soliti paladini della giustizia a rimarcare che eravamo già salvi, che la partita di ieri non contava nulla, che 38 o 42 punti cambia poco. Paladini che rispetto, perché in fondo dicono il vero. Così come quelli che di tanto in tanto tirano fuori il nome di Albano Guaraldi, per ricordare a tutti come eravamo ridotti fino a due stagioni fa. E poi gli errori arbitrali, gli infortuni… Tutto giusto, la memoria corta e la scarsa riconoscenza sono due caratteristiche che pure io non sopporto, ma per favore non venitemi più a parlare di ambizioni, di asticelle, di passi avanti e di salti di qualità.
Anzi, facciamo una cosa, visto che non lo fa nessuno lo faccio io: chiedo scusa. Chiedo scusa per aver creduto troppe volte in questa squadra, anzi, in questo Bologna nella sua interezza, perché ciò che si vede sul campo è anche il risultato del lavoro svolto fuori. Chiedo scusa se ho trascinato qualcuno in uno stupida illusione. Ora attendo con ansia i primi gol di Blerim Dzemaili con i Montreal Impact, un altro scoppiettante ritiro a Castelrotto, magari la cessione di Simone Verdi, altri 40 punti con i remi tirati in barca a febbraio e altri meravigliosi match come quello del Castellani. Del resto, se a voi e soprattutto a Joey Saputo va bene così, se davvero in attesa del nuovo Dall’Ara e di un fatturato importante non è dato pretendere qualcosa in più della mediocrità, ogni altra parola è superflua.

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