Ricomincio da sette

Ricomincio da sette

Sembrerà strano, dopo aver incassato sette gol dal Napoli, analizzare la situazione prendendo spunto dal titolo di un celebre film di Massimo Troisi, straordinario attore partenopeo. Bisogna però essere sportivi e, soprattutto, bisogna pur ricominciare da qualche parte, da qualcosa. Il Bologna deve farlo dopo essere stato schiacciato e umiliato, deve riuscirci nonostante una macchia che rimarrà indelebile sui libri di storia e nel cuore di tutte le persone che amano i colori rossoblù. Il calcio, così come la vita, non sono però finiti ieri, e la speranza è che questi sette schiaffi in pieno volto servano di lezione a tutti, dal presidente ai dirigenti, dai giocatori all’allenatore, dai giornalisti ai tifosi. Nell’attesa di conoscere quale sarà la reazione della squadra mercoledì contro il Milan, ecco altrettanti spunti di riflessione scaturiti da una serata che non dimenticheremo tanto facilmente.

1) Va bene osare, scegliendo la strada del coraggio anziché quella del catenaccio, a maggior ragione se a metà campionato sei già salvo, dato che le ultime tre in classifica non sono formazioni presentabili in Serie A. C’è però un limite a tutto. E c’è una bella differenza tra l’essere propositivi e l’essere scriteriati. Come si fa a presentarsi sul campo in quel modo così approssimativo contro una squadra forte e spettacolare come il Napoli? Stavolta Donadoni ha voluto fare il passo più lungo della gamba ed è stato punito nel peggior modo possibile. Non è tanto una questione di scelte a livello di singoli, perché è comprensibile preferire un Oikonomou in crescita ad un Gastaldello appena rientrato da un infortunio, è comprensibile affidarsi a Torosidis e non a Mbaye, che non gioca da una vita, ed è pure comprensibile pensare di rinforzare la corsia di destra con un giocatore (teoricamente, non ieri) bravo in entrambe le fasi come Rizzo. È questione di atteggiamento, di testa, di compattezza generale. E non si tiri fuori la scusa della gioventù, perché l’Atalanta dei ragazzini è attualmente al sesto posto. Il Bologna si è fatto ridicolizzare fin dal primo minuto di gara e gran parte delle responsabilità, spiace dirlo, sono del suo allenatore. Un allenatore che peraltro, specialmente nelle ultime settimane, sembrava in pieno controllo della situazione sia dentro che fuori dal rettangolo verde.

2) Detto del tecnico, non sono certo esenti da colpe i giocatori, anzi. Tante volte, forse con un eccesso di retorica, si parla di attaccamento alla maglia, sudore, attributi e dignità. Senza voler esagerare con i soliti discorsi sui conti in banca e la vita da privilegiati, anche perché tutto sommato ieri sera i rossoblù non hanno mai tirato indietro la gamba, si può semplicemente dire che sul piano prettamente calcistico non ci hanno capito nulla e sono stati sovrastati da un avversario nettamente superiore. Attenzione però, il fatto che il Napoli di Sarri in questo momento possa giocarsela quasi alla pari con il Real Madrid non giustifica i sette gol di scarto, una mostruosità difficile anche solo da pronunciare. Il sottoscritto continua a pensare che, in termini di valori assoluti, questa rosa valga una posizione tra il decimo e il tredicesimo posto, ma il fatto che a febbraio non sia ancora stata trovata una vera quadratura del cerchio (al di là degli infortuni e degli errori arbitrali) inizia a far vacillare le mie convinzioni.

3) Nello specifico, Mattia Destro. E qui rischio davvero la retorica, lo so, ma mi piange il cuore. Perché in questo ragazzo ci ho sempre creduto, sostenendolo in modo quasi incondizionato fin dal primo momento. Negli ultimi due anni ne abbiamo viste e sentite tante, sempre le stesse cose a intervalli più o meno regolari: «È molto sfortunato», «Questo modulo non è adatto a lui», «Gli infortuni gli hanno tarpato le ali», «Se inizia a credere di più in se stesso può diventare un campione» e via discorrendo. Ora però basta, dopo l’ennesima prestazione insufficiente, ulteriormente impoverita da un rigore che poteva riaprire la gara e che è stato calciato con le mani in tasca, la pazienza e le giustificazioni sono finite. Doveva essere il fiore all’occhiello del progetto di Joey Saputo, il giocatore simbolo, l’erede di Signori e Di Vaio, fin qui non è stato nulla di tutto ciò. E da quei tifosi che continuano a difenderlo a spada tratta, peraltro adducendo motivazioni senza capo né coda, avvolgendolo in una bambagia che in primis fa male proprio al ragazzo, prendendo a male parole chi si permette di muovergli anche solo una minima critica, vorrei sapere se dopo un periodo di scarso rendimento sul posto di lavoro, magari condito da errori marchiani, il vostro capo si complimenta con voi o vi licenzia. «E se poi segna due gol al Milan?». «E se da qui alla fine della stagione arriva in doppia cifra?». E se, e se, e se. Se sarà così, Destro avrà semplicemente fatto il suo dovere, quello per cui viene lautamente pagato, e noi saremo i primi a riconoscerlo e ad esserne felici.

4) Antonio Mirante ha fatto del male a qualcuno, per caso? Oppure non so, è antipatico? Perché certi commenti arrivati dopo la partita di Cagliari ma soprattutto dopo il crollo contro il Napoli non si spiegano altrimenti. Anzi, forse una spiegazione logica c’è, chi parla non ha mai giocato a calcio o semplicemente non conosce abbastanza bene il calcio. Al Sant’Elia un missile terra-aria di Borriello, sul suo palo certo, ma sempre di missile si trattava. Ieri un colpo di testa angolatissimo che per di più è schizzato sull’acqua, un piatto destro all’angolino, un duello uno contro uno in cui è stato saltato da uno dei più forti attaccanti in circolazione, e per finire due conclusioni che si sono spente all’incrocio dei pali. L’unico errore, quello sì, il piazzamento sulla punizione dal limite calciata da Mertens, peraltro in modo non irresistibile. Come si può quindi gettare la croce addosso al numero 83 rossoblù quando di fronte c’era un esercito di cecchini? Il periodo di inattività non ha cambiato le cose, Mirante è ancora un grande portiere e non ci sono motivi validi per affermare il contrario. È proprio vero che un bel tacer non fu mai scritto.

5) Parlare di arbitri dopo aver perso 7-1 in casa, come peraltro hanno fatto ieri anche Donadoni e Bigon in conferenza stampa, può sembrare pura follia, ma si tratta di un discorso che va ben oltre la partita contro gli azzurri, comunque condizionata nel momento clou dalla mancata espulsione di Callejon per fallo di mano (lo spagnolo metterà le cose a posto un minuto dopo scalciando Nagy) e da quella senza senso rifilata a Masina (con punizione calciata da Mertens tre metri più avanti rispetto al punto del fallo). La categoria continuerà a negarlo all’infinito, ma la sudditanza psicologica verso le cosiddette ‘grandi’ è una malattia impossibile da curare. Se a questa sorta di timore reverenziale, ancorché involontario, aggiungiamo le lacune a livello di conoscenza e applicazione del regolamento e un atteggiamento senza via di mezzo, o pochissima personalità o eccessiva arroganza, la frittata è fatta e pronta da mangiare. E quasi sempre, per le squadre di media caratura come il Bologna, sono bocconi amari.

6) La mediocrità e il suo superamento. Potrebbe essere il titolo di un convegno al quale invitare una buona fetta della tifoseria rossoblù. Partiamo da un presupposto: i sostenitori del Bologna, soprattutto i ragazzi della Curva Bulgarelli, sono tra i più calorosi e affezionati d’Europa, encomiabili per passione, fede e attaccamento ai colori. Loro ci sono sempre, in casa o in trasferta, che sia domenica pomeriggio o lunedì sera, con il sole o con la pioggia, e dunque hanno tutto il diritto di non accettare consigli da nessuno. Io, però, un suggerimento voglio comunque darglielo: non accettate sempre tutto in nome dell’amore. Qui non si parla di insultare, organizzare contestazioni ad effetto o ribaltare auto come accade in altre piazze, fortunatamente l’inciviltà, la maleducazione e la violenza non ci appartengono. Si tratta solo di non piegare sempre il capo, come un marito che continua a perdonare la propria moglie dopo ogni tradimento e finge di non vedere le sue corna, come un genitore che concede tutto al proprio figlio e finisce col viziarlo. È un continuo accontentarsi, un continuo vivere della gloria passata e della bellezza dei propri vessilli, perché tanto noi abbiamo vinto sette scudetti e come tifiamo noi non tifa nessuno. Quando inizierete, quando inizieremo a pretendere qualcosa di più? Con tutto il rispetto, chi indossa la maglia del Bologna non può pensare che dopo un 1-7 al Dall’Ara sia sufficiente portarsi una mano sul petto in segno di scuse per risolvere tutto, mentre la gente canta e balla come se nulla fosse successo. La squadra la costruisce una dirigenza e la manda in campo un allenatore, è vero, ma se si vuole davvero tornare ad essere grandi serve un passo in avanti anche sul piano della mentalità generale. Altrimenti resteremo sempre dei meravigliosi provinciali.

7) Lunga vita a Joey Saputo. Una frase da ripetere in continuazione, come un mantra, senza dimenticare neanche per un secondo gli sforzi compiuti da quest’uomo per ridare nuova vita e speranza al Bologna. Oltre ai soldi ci vuole anche tanto coraggio ad acquistare una società sull’orlo del baratro, all’interno di un sistema che definire arrugginito è un eufemismo, e provare a riportarla in alto seguendo la propria mentalità sportiva ed imprenditoriale, quella nordamericana che procede per gradi guardando al futuro, sfidando le pretese del ‘tutto e subito’ tipiche del pallone italico. La strada si presenta lunga e impervia, forse più del previsto, ma sembra anche l’unica possibile per tornare finalmente ai vertici per poi rimanerci in pianta stabile. A tal proposito, è dolce il pensiero di avere un centro tecnico di proprietà e sempre più moderno, così come la prospettiva di poter presto (si spera) entrare in un Dall’Ara totalmente rinnovato. C’è solo un però: il campo. Se si vogliono creare profitti attraverso l’entusiasmo, la fidelizzazione, l’orgoglio e quant’altro non si può prescindere dai risultati del campo. Perché va bene che i tifosi del Bologna sono tra i più affezionati al mondo, come detto pocanzi, ma a tutto c’è un limite. I discorsi sul progetto, i piani triennali e il fatturato li abbiamo accettati e incamerati, di base sono giusti e quasi nessuno si è mai permesso di chiedere la luna (anche perché è facile fare i fenomeni col portafogli degli altri), ma la sensazione sempre più netta è che per non far inceppare l’ingranaggio della crescita rossoblù servirebbe qualche altro investimento importante sulla squadra, parallelamente alla valorizzazione dei giovani talenti già presenti in rosa. Perché il calcio è così, affascinante e infame in egual misura: puoi anche far parte di una delle famiglie più ricche al mondo e avere splendidi propositi, ma rischiare comunque di essere ricordato sui libri di storia per la peggior sconfitta interna di tutti i tempi. E questo sarebbe molto triste, oltre che ingiusto, per un grande uomo, imprenditore e presidente come Joey Saputo.

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