Ridateci Verdi (e un po' di equilibrio)

Ridateci Verdi (e un po’ di equilibrio)

Sabato 29 ottobre 2016, nono minuto di Bologna-Fiorentina: Borja Valero interviene in maniera scomposta su Simone Verdi e la caviglia destra del fantasista si gira male. È l’immagine simbolo di quello che accadrà da lì in poi, perché in quel preciso istante anche la stagione del Bologna prende una brutta piega. Non che i punti gettati alle ortiche contro Genoa, Lazio, Chievo e Sassuolo nelle settimane precedenti fossero meno pesanti, ma si trattava quantomeno di delusioni arrivate al termine di prestazioni tutto sommato convincenti sul piano del gioco, della determinazione e dell’organizzazione. Da fine ottobre in avanti, invece, la luce sembra essersi proprio spenta: sconfitte casalinghe contro i viola e l’Atalanta, sconfitte in trasferta contro Roma e Udinese, vittoria al Dall’Ara a fatica sul Palermo, illusorio successo in Coppa Italia contro il Verona e per finire lo scialbo pareggio a reti bianche con l’Empoli di ieri pomeriggio.
Probabilmente è un azzardo ricondurre tutti i problemi all’assenza di un solo giocatore, ma è innegabile che con Verdi in campo i rossoblù erano tutta un’altra squadra, vivace e propositiva, a tratti anche arrembante, di sicuro molto divertente. Poi, come detto, qualche disattenzione di troppo, una buona dose di sfortuna e diversi torti arbitrali avevano comunque tarpato le ali agli uomini di Donadoni, relegandoli in un sereno limbo privo di reali ambizioni, e forse anche questo ha contribuito al periodo di calo immediatamente successivo. Mazzate su mazzate negli ultimi minuti, gli sforzi che non vengono quasi mai premiati, la parte sinistra della classifica che si allontana sempre più, il giocatore di maggior classe e talento fermo ai box per oltre due mesi, e si potrebbe continuare. Insomma, stiamo parlando di professionisti tenuti a dare sempre il massimo, ma gli ingredienti per far ‘scendere la catena’ anche al più irriducibile dei combattenti c’erano tutti.
È andata esattamente così, inconsciamente il Bologna si è accontentato di vivacchiare, di non essere né carne né pesce, e di questo non potrà certamente essere felice l’allenatore, che ha sempre chiamato i suoi ragazzi ad una crescita importante sul piano mentale e della personalità. Una crescita che però si è bloccata proprio sul punto di effettuare il famoso salto di qualità: la squadra, che già di per sé presentava dei limiti strutturali più volte evidenziati, ha improvvisamente perso quello sprint che ne aveva caratterizzato le prime settimane della stagione, si è inceppata e fatica a ripartire.
“Palla a Verdi e qualcosa succede”, anche nei frangenti più complicati questa era una buona soluzione, peraltro certificata dai fatti, perché il buon Simone stava vivendo il periodo migliore della sua carriera, tra gol, assist e una convocazione in Nazionale in dirittura d’arrivo. Non stava facendo rimpiangere Giaccherini, e con un perfetto mix di estro e sacrificio era diventato un fattore a dir poco determinante, l’elemento cardine dell’intera formazione. La sfortuna però ci ha messo lo zampino, e allora niente più Verdi, morale sotto i tacchi e reparto offensivo in crisi. Specialmente Destro, che nell’ex Carpi aveva trovato un partner d’attacco perfetto. Come Immobile ha il suo Felipe Anderson, come Belotti ha il suo Ljajic, tanto per buttare lì due nomi che ora sono sulla bocca di tutti.
La mancanza del numero 9 e le responsabilità dei suoi compagni, certo, ma i problemi dei rossoblù non stanno solo dentro a questi due fattori. Ci ha messo del suo anche Donadoni con qualche scelta rivedibile prima e durante alcune partite: Nagy spesso in panchina, Donsah finito nel dimenticatoio, Pulgar titolare a Udine e non sostituito nonostante fosse già ammonito e in palese difficoltà, Di Francesco e Krafth in gran forma ma relegati in panchina per far spazio a Mounier e Torosidis, sempre tra i peggiori. In estate le sue richieste sono cadute nel vuoto, e non si può dire che la società lo abbia messo alla guida di una Ferrari, ma per quanto sia sempre facile per noi giornalisti parlare dopo, da un tecnico della sua bravura è lecito aspettarsi qualcosina di più.
E a proposito di società, non si può fare a meno di sottolineare come le ultime uscite pubbliche del d.s. Bigon e del presidente Saputo non siano state delle più felici. Per i motivi elencati fin qui la squadra è in difficoltà soprattutto sul piano mentale, e la piazza poco incline all’entusiasmo, quasi rassegnata alla solita stagnante mediocrità: ecco, forse sarebbe stato meglio non paragonare la salvezza ad una festa con lo champagne, così come non annunciare proprio ora che a fine campionato il miglior centrocampista in rosa partirà alla volta di Montreal. Sì, sapevamo già che da queste parti per antonomasia è vietato sognare, e anche che Dzemaili era un promesso sposo degli Impact, ma c’era davvero bisogno di rigirare il coltello nella piaga in quel modo? No, qui ci sarebbe bisogno di un altro attaccante con il gol in canna oltre a Destro, vediamo se almeno a gennaio qualcuno potrà fare qualcosa o se si punterà tutto sulla resurrezione di Sadiq.
Per concludere, la tifoseria. Sempregoduti contro maigoduti, con poco equilibrio e poche vie di mezzo. Spesso sembra di assistere a risse verbali tra anziani al bar dopo una briscola finita in modo poco limpido. C’è chi si appoggia due fette di prosciutto sugli occhi e continua a sostenere che non esista alcun problema, né dentro né fuori dal campo, e che per grazia divina siamo destinati a vincere lo scudetto, non si sa bene quando ma accadrà. E dall’altra parte c’è chi invece parla di Serie B e sta già preparando le valigie per Ascoli e Chiavari, senza rendersi conto che le lunghezze di vantaggio dei felsinei sulla zona retrocessione, peraltro occupata da formazioni che faticherebbero anche nell’attuale Lega Pro, sono addirittura otto. La realtà è che al momento il Bologna è a quattro punti dal suo obiettivo stagionale dichiarato, ovvero il tredicesimo posto. L’organico è stato assemblato per quello e nulla più, non si può arrivare sperare di arrivare decimi così come non si rischia di andare giù. A tutti piacerebbe che il progetto della nuova proprietà prendesse forma in modo più rapido e meno faticoso, con più mosse felici e meno errori, con più sorrisi e meno bocconi amari da ingoiare alla domenica, ma per adesso bisogna accontentarsi. Accontentarsi, appunto, che non significa esaltarsi, ma non significa nemmeno deprimersi.

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